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Il gigante Talos, ovvero come i greci ‘pensarono’ l’IA

Enorme statua bronzea, custode di Creta: nella mitologia l’esempio arcaico di un ‘automa intelligente’, duemila anni prima degli studi di Alan Turing.

📸delfos – Giasone e gli argonauti in fuga da Talos, scena del film “Jason and the Argonauts”(1963) – voceliberaweb

L’uomo e la tecnologia: un rapporto stretto, quasi simbiotico, quindi dai confini assai meno marcati di quanto si potrebbe pensare. Se la tecnologia concorre a definire l’essenza stessa dell’uomo, non sorprende che guardando in una prospettiva diacronica se ne trovino esempi a bizzeffe, attingendo qua e là anche a brani della letteratura mitologica.

E parlando di mitologia, il richiamo alla grecità classica risulta inevitabile. Tra le diverse figure citabili c’è n’è una forse meno reclamizzata rispetto ad altre: quella di Talos(Τάλως), il gigante di bronzo nonché custode dell’isola di Creta.

Il mito lo vuole forgiato nella magica fucina di Efesto per volere di Zeus, che ne farà dono ad Europa regina di Creta. Sarà poi Minosse ad affidargli il compito di sorvegliare l’isola, perlustrandone ogni giorno le coste, per proteggerla dalle incursioni nemiche. Compito che la gigantesca statua bronzea semovente svolgerà indefessamente fino alla venuta degli argonauti.

La leggenda – o meglio una delle versioni conosciute – narra infatti che ad ‘uccidere’ Talos sia proprio uno dei partecipanti alla celebre spedizione, Peante, il quale, imbeccato da Medea, lo trafiggerà con un dardo alla caviglia, suo unico punto debole, decretandone così la sconfitta e traendo in salvo i suoi.

Ma perché il “gigante” protettore di Creta sarebbe un esempio letterario da citare quale modello ‘prototipico’ di tecnologia e financo di un’antichissima forma di intelligenza artificiale?

Ci viene in soccorso la definizione base di ‘automa’ – “Macchina che riproduce i movimenti(e in genere anche l’aspetto esterno) dell’uomo e degli animali.”. E a guardar bene il nostro Talos, le caratteristiche rispondenti a tale definizione le troviamo tutte: non concepito ma costruito da terzi, fatto di metallo ma dall’aspetto umano, libero di muoversi nello spazio. Aggiungiamogli uno scopo(presidiare l’isola) e il fatto di venire alimentato internamente da una sostanza simile al sangue(ma di matrice divina) chiamata ‘Ichor’.

Ed ecco che i tratti specifici sono quelli di un mitologico cyborg in salsa ellenistica, imponente come una statua, pressoché invulnerabile, fatta eccezione per una parte del suo mastodontico fisico: la vena attraverso cui scorre la sostanza che lo ‘vivifica’, sigillata da un bullone all’altezza della caviglia. Questa piccola falla del sistema, a conti fatti, sarà la causa che ne determinerà la ‘caduta’ per mano degli argonauti.

Ma quale che sia la fine di Talos – se intenzionale, ad opera di Peante, oppure accidentale(urtando contro le rocce della costa cretese) – l’aspetto che più di altri colpisce il lettore moderno è legato al suo interagire con l’ambiente circostante.

Una variabile su tutte lo condiziona pesantemente, ed è quella umana.

Proprio il contatto con l’uomo espone il gigante di bronzo a delle reazioni che invero sono simil-emotive(esitazione, rabbia, paura), specie se posto di fronte a scenari non previsti da ciò per cui è stato creato, come quando la maga Medea lo ‘circuisce’ con i suoi raggiri.

Una macchina che cambia rispetto al proprio programma, perché l’incontro con delle variazioni la fa variare a sua volta, nei comportamenti e nell’atteggiamento, prerogative che non sono più esclusiva dell’umano. Una macchina che attraverso il suo agire ridefinisce il confine con l’umano stesso, qualche annetto prima che un matematico di nome Alan Turing cominciasse a domandarsi se le macchine potessero essere dotate di un loro ‘pensiero’.

📸mythology