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Gli italiani bocciano la “Riforma Nordio”. Il costo e i dati di questo referendum.

Gli italiani dicono NO al referendum sulla giustizia proposto dal governo Meloni. Il Ministro della Giustizia Nordio si assume la responsabilità ma non si dimette. Quali sono stati e cosa ci restituiscono i dati su questo referendum? Qual è stato il costo finanziario e quello politico dello stesso?

Il risultato

Il referendum costituzionale proposto in materia di “ordinamento giurisdizionale e istituzione della Corte disciplinare” ha chiamato gli italiani alle urne nelle giornate di domenica 22 e di lunedì 23 marzo. Il risultato ha visto la vittoria del fronte del No, con un dato del 53,74%, contro quello del SI, arrestatosi invece al 46,26%. In termini di voti lo scarto si è attestato sui due milioni di voti, con quelli favorevoli che hanno raggiunto le 12.448.255 preferenze, non bastevoli quindi per superare i 14.461.336 contrari.

L’affluenza

Uno dei dati che merita più considerazione è quello sull’affluenza, una statistica termometro del coinvolgimento e del sentimento popolare. Se alle ultime elezioni europee si era riscontrata una più debole partecipazione, il referendum costituzionale che ci siamo appena lasciati alle spalle ha rilevato una più sostenuta mobilitazione, capace di far raggiungere al dato dell’affluenza il 58,93%. Tra le regioni che hanno registrato un miglior risultato ci sono l’Emilia Romagna (66,67%), la Toscana (66,27%) e l’Umbria (65,05%), contrariamente ad una più bassa partecipazione avuta in Calabria (48,39%) e in Sicilia (46,13%).

Gli altri dati

Oltre al dato significativo sull’affluenza, ce ne sono stati anche altri che meglio ci restituiscono il consenso e il dissenso attorno a questa tentata riforma costituzionale. Uno dei valori certamente più significativi ai fini del risultato finale è quello che dimostra come i “No” provenienti dall’elettorato di centrodestra siano stati maggiori dei “SI” provenienti dal centrosinistra.

Grande rilevanza ha avuto anche il voto proveniente dai più giovani, con una netta prevalenza del NO. Attenzionando, attraverso le stime riportate da Opinio Italia per Rai, le diverse fasce di età si riscontrano le seguenti percentuali:

  • Fascia 18-34 anni: 61,1% NO vs 38,9% SI
  • Fascia 35-54 anni: 53,3% NO vs 46,7% SI
  • Fascia +55 anni: 50,7% SI vs 49,3% NO

Inoltre sono solo tre su venti le regioni in cui ha vinto il SI: Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto.

Il costo economico

Circa 95 milioni. Questo è il costo che ha avuto il referendum sulla Giustizia proposto dal governo Meloni. Un dato che si rivela comunque in linea con precedenti consultazioni nazionali non accorpate ad altre diverse elezioni. La suddivisione dei costi può quindi essere rappresentata sotto tre voci:

  • Seggi elettorali. Sotto questa voce se ne racchiudono a loro volta altre tre: personale, allestimento e sicurezza. Risulta essere proprio questa la spesa maggiore per lo Stato, con la dovuta precisazione che per questo referendum gli onorari del personale elettorale sono stati aumentati del 15% rispetto al passato;
  • Materiale elettorale. In questa categoria rientrano i costi legati alle schede, ai trasporti (si pensi banalmente a quelli dei plichi con le stesse schede prima e con i voti effettivi poi);
  • Voto all’estero. A questa voce sono invece da ricondurre tutte le spese fatte per permettere a tutti i cittadini italiani all’estero di esercitare il proprio diritto al voto. In questo caso ne hanno usufruito 1.563.377 a fronte di 5.478.839  aventi diritto.

Il costo politico e non solo

Che si sia persa una grande occasione per dare un contributo importante alla giustizia italiana lo sanno sia i sostenitori del SI che quelli del NO. Ogni cittadino ha scelto seconda propria coscienza, cultura (anche valoriale), informazione (e purtroppo spesso anche disinformazione da parte di entrambi gli schieramenti) ma certamente non si è sottovalutata la serietà dell’argomento. A confermarlo è stato proprio il dato sull’affluenza, uno dei più significativi se guardiamo a tante altre elezioni. Ciò che quindi non ha convinto, e i risultati di questo referendum lo dimostrano, è stata la proposta politica in sé. La scelta di oggetto, forma e argomentazioni hanno costituito un mix che purtroppo ha prodotto un risultato equivalente allo zero o quasi.

Scegliere di intervenire sulla giustizia con queste modalità è stata evidentemente una mossa sbagliata, sia perchè il dato storico ci consegna un Paese con posizioni abbastanza conservatrici quando si tratta di referendum costituzionali (chiedere a Matteo Renzi), sia perchè proporre una “riforma a pacchetto” significava dire o tutto e niente. E gli italiani non si sono fidati. Non lo hanno fatto perchè piuttosto che scegliere una singola portata dovevano accettare un menù completo evidentemente non gradito e per alcuni aspetti ancora ignoto (poteva esserci per esempio una maggior chiarezza sul tenore delle successive leggi attuative, come nel caso del sorteggio per la componente togata, un aspetto propriamente non secondario per il popolo quando si parla di argomenti così delicati).

Le campagna elettore non ha poi aiutato, con esponenti di governo e di opposizione che sono caduti in propagande anche populiste e scarne di argomentazioni, le riforme certamente non possono avere questi denominatori. A perdere questo referendum non è chi ha votato SI a questa riforma perchè chiedeva un cambiamento o un’innovazione del sistema giustizia quanto piuttosto chi ha costruito e sposato in toto questo modello (politico e giudiziario) di rinnovazione che il popolo ha bocciato. Allo stesso modo la maggioranza di chi ha votato NO non è cieco innanzi alle necessità della giustizia quanto in disaccordo con la proposta così avanzata e formulata dal governo.

Al di là di ciò, credere in un modello di riforma non è una colpa, accettare che non sia quello vincente risulta essere un atto di meravigliosa intelligenza. Non gradire una proposta politica è dall’altra parte misura della nostra libertà di pensiero, tapparsi gli occhi sulle necessità del Paese è invece una pericolosa posizione.

Accontentarsi di una proposta politica utile ma non soddisfacente è un compromesso al quale il cittadino non deve sottostare, se gli italiani hanno bocciato questa riforma è ora compito di questo stesso governo e dei prossimi intervenire sulla materia della giustizia con nuove proposte. L’impegno che si richiede non può ridursi all’esito del referendum, su questo concorderanno sia i sostenitori che i detrattori di questo referendum. Il riformismo non sia preda delle elezioni e dei sondaggi ma abbia nei bisogni del Paese e nelle aspirazioni dei suoi cittadini il proprio orizzonte.

Foto in copertina Roberto Monaldo/ LaPresse