Schengen: la nuova “frontiera”
Mentre le richieste di asilo nell’UE diminuiscono, diversi stati europei mantengono o reintroducono controlli alle frontiere interne. E’ il segnale di una nuova Europa all’insegna della sicurezza o la trasformazione di un’idea che sembrava ormai data per scontata? Il Codice delle frontiere Schengen sta cambiando forma?

Perché l’Europa oggi sente nuovamente il bisogno di mostrare le frontiere se per decenni ha cercato di renderle sempre meno visibili? Attraversare l’Italia, la Francia, l’Austria o la Germania senza dover necessariamente mostrare un documento è diventato così normale da rendere quasi scontato il significato politico di quella libertà.
Schengen è un’esperienza quotidiana: la percezione concreta di vivere in uno spazio nel quale le frontiere nazionali possono essere attraversate senza interrompere il viaggio. Tuttavia, nel 2026, quelle frontiere sono tornate a comparire.
Ma non è la fine dell’area Schengen, poiché il principio della libera circolazione rimane in vigore e comprende ancora quei 29 paesi, garantendo così la libera circolazione a oltre 450 milioni di cittadini dell’Unione europea.
Eppure, diversi stato hanno reintrodotto, seppur in maniera temporanea, controlli alle proprie frontiere interne. La Commissione europea, attualmente, registra misure adottate dalla Germania, dall’Italia, la Francia, la Spagna e la Polonia.
Le motivazioni sono disparate e ruotano attorno alla migrazione irregolare, alla criminalità transfrontaliera, al terrorismo, alla sicurezza interna e le diverse e delicate situazioni geopolitiche attualmente in corso in alcuni stati.
Sembrerebbe contraddittorio, visto che l’Europa è il continente che ha costruito uno dei suoi simboli più forti proprio sulla progressiva scomparsa delle frontiere. Ciononostante, ad oggi, queste “barriere” continuano ad essere rispristinate per poter gestire paure e vulnerabilità.
Dando uno sguardo ai dati, nel primo semestre del 2026 le domande di protezione internazionale presentate nei paesi UE+ sono state circa 332.000, il 17% in meno rispetto al 2025. E’ il livello più basso registrato in un primo semestre dal 2021.
Meno domande di asilo ma persistono i controlli alle frontiere. Tuttavia, queste contraddizioni non sono necessariamente sinonimo di incompatibilità tra i due fenomeni. Gli stati che hanno notificato la reintroduzione dei controlli non indicano semplicemente il numero come motivazione.
Ad esempio, la Germania richiama anche il traffico di migranti e la pressione sul sistema di accoglienza. In Italia, d’altro canto, tra le spiegazioni dei controlli al confine con la Slovenia, spicca il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori. Da non tralasciare, ovviamente, le crisi in Medio Oriente e Ucraina e la presenza di reti criminali dedite al traffico e alla tratta.
Facciamo, dunque, un passo indietro: l’abolizione dei controlli alle frontiere ha rappresentato uno dei momenti più significativi nella storia dell’Europa. Il confine, tradizionalmente, era associato alla sovranità di uno stato, quindi alla delineazione e alla differenziazione tra i territori. La libertà di movimento geografico ha completamente trasformato il modo in cui milioni di persone percepiscono lo spazio europeo.
Ma la frontiera non è scomparsa. E’ stata modificata. Nel 2026 questa trasformazione è diventata ancora più evidente. Dal 10 aprile scorso, il nuovo Entry/Exit System (EES) è pienamente operativo nei paesi che partecipano al sistema (escluse Cipro ed Irlanda). Per i cittadini di paesi terzi che entrano per dei brevi soggiorni, il sistema registra digitalmente i dati personali, gli ingressi e le uscite, immagini del volto e le impronte digitali. Praticamente, una sostituzione del timbro sul passaporto.
Possiamo dire, quindi, che la frontiera contemporanea prende le sembianze di un database: impronte digitali, immagini biometriche e algoritmi capaci di associare una persona ad una determinata identità con tutti i relativi (qualora ve ne fossero) spostamenti.
Perciò, non bisogna far confusione quando si parla di “ritorno delle frontiere”. Rischierebbe di essere banale. L’Europa sta costruendo un nuovo sistema adattandosi al contemporaneo sviluppo tecnologico, coniugando fattori fondamentali al benessere di ogni stato.
Il nuovo patto europeo su migrazione e asilo è entrato in applicazione il 12 giugno 2026. Il nuovo quadro introduce procedure comuni per lo screening e la registrazione degli arrivi irregolari, oltre che procedure più rapide per determinate domande, nuove regole sulla responsabilità degli stati e un meccanismo di solidarietà tra i Paesi.
Questo perché, oggi, la sicurezza sembra richiedere che quel “confine” venga reso visibile, almeno in certe circostanze. E questo riguarda tutti i viaggiatori, dai cittadini europei ai migranti.
