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Catania contro il conflitto in Iran: protesta tra Sigonella e Muos

Mentre il Medio Oriente brucia sotto i colpi dell’offensiva militare condotta da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la Sicilia si ritrova al centro geografico e strategico di un conflitto che nessuno ha votato né vuole. Le giornate del 14 e 15 marzo hanno visto ben due cortei: la protesta è uscita dalle piazze cittadine per arrivare davanti ai cancelli della Naval Air Station di Sigonella, il cuore delle operazioni USA nel Mediterraneo.


La mobilitazione si è aperta sabato 14 marzo tra le strade di Catania: un corteo numeroso che ha riunito movimenti studenteschi, sindacati, comitati No MUOS e cittadini per fermare lo scontro bellico ed ogni complicità ad esso. Il silenzio mediatico sul genocidio ancora in atto in Palestina e l’annessione della Cisgiordania sono i primi segnali di un conflitto globale che ora mira all’Iran.

Il dissenso emerso durante la mobilitazione ha tracciato una linea netta tra le priorità del Governo Meloniano e i bisogni reali del territorio: da una parte, il finanziamento massiccio al riarmo europeo; dall’altra parte, lo smantellamento progressivo dei servizi essenziali.

“Mentre miliardi di euro vengono dirottati verso il mantenimento di infrastrutture di morte, la nostra sanità pubblica, le scuole e i trasporti sono al collasso”, hanno denunciato i manifestanti. Il grido della piazza ha messo sotto accusa una politica di guerra che, oltre a minacciare la sicurezza globale, sottrae diritti fondamentali.


Al centro della protesta è forte anche il rifiuto categorico della leva obbligatoria, respinta come tentativo di trasformare i giovani in carne da macello per interessi geopolitici estranei, e la condanna ferma della criminalizzazione del dissenso, vista come strumento repressivo per soffocare chi ancora rivendica la libertà di espressione contro la militarizzazione della società.

Nella giornata del 15 marzo la protesta si è spostata davanti agli ingressi della Naval Air Station di Sigonella. La base aeronautica non è stata scelta a caso: di fatto, si tratta del braccio operativo che, insieme al “cervello” del MUOS di Niscemi, rende la Sicilia complice dell’aggressione in Medio Oriente.


I manifestanti hanno presidiato i cancelli per denunciare l’ipocrisia dei vertici governativi. Nonostante il Governo continui a dichiarare l’estraneità dell’Italia al conflitto, i dati dell’opensource e le inchieste sul campo confermano il decollo quotidiano di droni MQ-4C Triton e aerei P-8A Poseidon. Non si tratta di semplici pattugliatori, ma di assetti fondamentali che geolocalizzano i bersagli e intercettano i segnali radar nemici, fornendo i dati necessari per i raid missilistici. Per quanto riguarda la piazza di Sigonella, la distinzione tra il supporto logistico e la partecipazione bellica è ormai un velo caduto.

Il focus del presidio si è concentrato sulla sicurezza della popolazione. Gli attivisti hanno, infatti, evidenziato un paradosso enorme: mentre le installazioni americane sono protette da sistemi antimissile per blindare il personale USA, i centri abitati di Niscemi, Catania e delle aree limitrofe restano totalmente scoperti di fronte a possibili ritorsioni iraniane.


“Non esiste un piano di protezione civile, non esistono rassicurazioni per chi vive qui”, denunciano gli attivisti della Rete No MUOS. “Siamo diventati i soggetti sacrificabili di una strategia imperiale che utilizza i nostri territori grazie ad accordi segreti, come il BIA del 1954, che nessuno ha mai potuto consultare”.

Mentre il Mediterraneo si trasforma nuovamente in un fronte operativo, la mobilitazione di Catania e il presidio tenutosi davanti a Sigonella pongono un interrogativo che il Governo non può più eludere: fino a che punto la sicurezza nazionale può essere barattata con la complicità bellica? La richiesta della piazza è netta: disarmare la Sicilia per sottrarla a una guerra che la vede, al tempo stesso, complice forzata e potenziale bersaglio.