Tragedie 2026: dal sacrificio di Alcesti alla lotta morale di Antigone
In queste ultime settimane è iniziata la rassegna teatrale INDA per le tragedie greche e la scelta è ricaduta su Alcesti, Antigone e Persiani. Volendo analizzare le prime due, protagoniste assolute sono due donne in lotta con il destino. Le loro storie, però, sono molte diverse…

La tradizione delle tragedie greche a Siracusa continua. Un momento unico in cui persone esperte e non possono rivivere per qualche ora quel mondo greco classico, patria della nostra cultura e del nostro sapere. Rispetto allo scorso anno, si è scelto di mettere in scena tre tragedie appartenenti rispettivamente ai tre grandi autori classici Eschilo, Sofocle ed Euripide. In questo senso spicca il forte contrasto tra l’Alcesti di Euripide e l’Antigone di Sofocle, drammi diversi in cui una protagonista femminile prende la scena.
Le due trame
L’Alcesti di Euripide racconta la storia di questa donna, moglie di Admeto, re di Fere, la quale, a seguito di un presagio divino, decide di sacrificare se stessa per il bene del marito e della famiglia. Il re, infatti, era stato condannato dalle Moire alla morte ma, grazie a un sotterfugio del dio Apollo, aveva ottenuto una via di fuga: nel caso in cui qualcuno si fosse sacrificato al suo posto la sua vita sarebbe stata salvata.
La tragedia si apre con la decisione che è stata già presa: la moglie Alcesti ha deciso di salvare l’amato compagno. Un sacrificio elogiato costantemente dal coro in quanto simbolo della grandezza di questa donna in grado di fare ciò che parenti hanno rifiutato. Nella tragedia, infatti, Admeto aveva provato a convincere gli anziani genitori a lasciar la vita per lui, non riuscendoci.
Solo la moglie, colei che ha un legame fortissimo con lui che prescinde un rapporto di sangue, ha deciso di salvarlo.
In questo senso l’interpretazione di Deniz Ozdogan (Alcesti) e Aldo Ottombrino (Admeto) è riuscita perfettamente. I loro momenti insieme mostrano un legame indissolubile nonostante l’avvento dell morte.

La parte centrale della narrazione è quindi incentrata sulle sofferenze di un Admeto, rimasto solo a governare e a gestire la famiglia. Egli viene, però, interrotto dall’avvento dell’eroe Eracle. Costui, impegnato nelle sue celebri fatiche, chiede ospitalità al sovrano, ignaro dell’accaduto. Admeto, consapevole di come per i greci tale principio fosse sacro, non si rifiuta e anzi tace sulla moglie. Successivamente l’eroe viene a sapere del sacrificio di Alcesti e, per ringraziare Admeto della sua ospitalità, decide di scendere nell’Ade per recuperare la donna. La tragedia si chiude con Eracle che consegna la moglie, velata, al marito, per testarne la fedeltà e, verificatala, decide di svelare la donna.
Alcesti è quindi un dramma “a lieto fine” dove, però, l’evento tragico si mantiene per l’intera narrazione, pur in mancanza della donna sulla scena.
Dalle lacrime dei figli al contrasto acceso di Admeto con il padre. Dal dialogo taciuto con Eracle alla sua missione di recupero. Tutto è sullo sfondo di un costante elogio alla figura femminile di Alcesti.
Sebbene, avendo letto la trama, si sappia del finale “positivo”, l’intera narrazione lascia il pubblico immedesimarsi nelle sofferenze di Admeto e nel dubbio, inflitto dal padre, che sia lui la causa della morte dell’amata.
L’Antigone di Sofocle è, invece, uno dei drammi più celebri della tradizione greca e la scelta di affidarlo a Robert Carsen, medesimo regista di Edipo Re ed Edipo a Colono degli scorsi anni, mantiene intatto il legame tra queste tragedie. Volendo fare un piccolissimo excursus, si tratta della celebre saga tebana all’interno della quale protagonista assoluto è Edipo. Il giovane principe, appena nato, era stato destinato a uccidere il padre e unirsi con la madre in un terribile incesto che, a seguito della scoperta, lo avrebbe spinto alla cecità. Il destino greco non fa sconti e, nonostante i tentativi di opporvisi, tutto accade e di ciò si narra in Edipo Re. Invece, l’Edipo a Colono raccontava, invece, di come il sovrano fosse divenuto protettore del demo di Colono, patria dello stesso Sofocle.
Con l’Antigone siamo però in una posizione intermedia nella narrazione.
Il dramma ruota attorno ai figli, i due maschi Eteocle e Polinice, e le due femmine Antigone ed Ismene. La narrazione inizia a seguito degli eventi narrati nei Sette contro Tebe di Eschilo in cui si raccontava dello scontro tra i due fratelli per la gestione della città post Edipo. In questa vera e propria guerra, nessuno era uscito vincitore, anzi, entrambi i fratelli erano rimasti uccisi l’uno dall’altro. Da qui ha inizio il dramma in cui il nuovo sovrano Creonte ha deciso di concedere gli onori al figlio di Edipo schieratosi in protezione di Tebe (Eteocle) e di lasciare insepolto il fratello avverso (Polinice).
Questa scelta provoca la crisi di Antigone, legata allo stesso modo ad entrambi i fratelli e che vede, nonostante le avvisaglie di Ismene, come una ingiustizia totale la scelta di Creonte. Il dramma è quindi un susseguirsi di contrasti tra i due:
Creonte, interpretato da Paolo Mazzarelli, segue alla lettera la legge dello stato, il Νόμος, non volendo concedere sepoltura a colui che si è rivelato una minaccia per la città;
Antigone, interpretata da Camilla Semino Favro, è sempre coerente con la legge nella natura, la Φύσις, e intende seppellire il fratello per il legame di sangue che li lega.
Si tratta di due estremi inconciliabili, due principi logici ma che non possono convivere.
Il dramma sembra dare una risposta chiara: Antigone tenta di seppellire il fratello e, catturata, si toglie la vita; Emone, figlio di Creonte, prova a convincere il padre e, fallendo, si toglie la vita; la moglie di Creonte non regge alla perdita del figlio e muore anch’ella.
In questo senso non va messa in secondo piano la splendida interpretazione di Gabriele Rametta nei panni di Emone. Il contrasto padre figlio è uno dei momenti più importanti della tragedia e, per certi aspetti, è stato maggiormente valorizzato rispetto allo scontro con Antigone. Se la ragazza attacca e si presenta subito come una nemica, Emone non può non provare a mettersi nei panni dell’amato padre. Il loro è un dialogo che degenera piano piano, da una apparente visione comune a una totale contrapposizione. Dall’essere l’orgoglio del padre, Emone, man mano che espone la sua vera visione, viene sempre più biasimato da Creonte, ignaro del destino che lo aspetta. Non va dimenticato, infatti, il legame sentimentale tra Emone ed Antigone.

Il finale del dramma è chiaro: Antigone ha vinto. Ma è davvero così? L’opposizione con Creonte è davvero così assoluta? Difficile da dirlo e ancora oggi gli studiosi dibattono su chi, a prescindere dal “vincitore sulla scena” possa avere ragione, ma ciò non cambia nel rendere Antigone uno dei personaggi più forti e riconoscibili del panorama greco classico.
Le rappresentazioni a Siracusa
Ritornando ad Alcesti, come accennato, il dramma si risolve in maniera positiva e la regia di Filippo Dini (interprete del padre di Admeto) ha scelto di opporre alla serietà e profondità del lamento di Alcesti prima e Admeto poi, la comicità di personaggi come Thanatos (Luigi Bignone) ed Eracle (Denis Fasolo).
L’intera tragedia si svolge in una reggia ricca di elementi moderni e lo stesso eroe giunge in scena in bici. Il carattere comico ed esasperato di questo eroe, tanto forte quanto dedito al bere e all’allenamento, è stato accentuato sia nella caratterizzazione dialettale sia nella presenza in scena di oggetti riconducibili alle moderne palestre.

Il contrasto riesce e viene apprezzato ma in certi momenti è stato esasperato attraverso, ad esempio, la presenza del servo di corte anch’egli caratterizzato diatopicamente.
In conclusione la rappresentazione funziona e intrattiene ma sceglie volontariamente di estremizzare i caratteri.
Alcesti, donna modello per l’intera narrazione, soffre maledettamente nei momenti antecedenti alla morte ma non sempre si dimostra “eroica”. Più volte ribadisce la sua scelta in maniera quasi egoistica, volendo rimarcare come abbia preferito morire rispetto che restare lei senza marito. Admeto è sicuramente uno dei personaggi migliori, quasi sempre in scena e costantemente legato alla moglie anche nell’acceso dialogo con il padre. Eracle, così come Thanatos, colui che porta Alcesti nell’Ade , conferiscono un piacevole contorno comico a una narrazione inaspettata ma riuscita.
Con l’Antigone di Carsen siamo ancora lì, accanto a quella scalinata tanto cara al pubblico dei precedenti drammi edipici.

La scena è continuo dibattere, Antigone da un lato, Creonte dall’altra. Proprio quest’ultimo viene spesso lasciato in scena a ragionare con gli altri personaggi di quella che per lui è una scelta ovvia.
Entrambi i personaggi sono forti ma non opprimenti per la scena, ribadiscono le proprie ragioni e lasciano nel pubblico la possibilità di schierarsi, sebbene consapevoli del destino terribile che attende il sovrano.
L’avvento in scena dell’indovino Tiresia accresce la tensione.
Se Creonte fino a quel momento aveva tenuto la scena con coerenza e sicurezza, le parole dell’indovino rovesciano tutto. Creonte ha sbagliato sotto ogni fronte e pagherà molto più di quanto si aspetti.
La conclusione al fianco dei cadaveri di figlio e moglie riecheggia la vittoria morale di Antigone, donna molto diversa da Alcesti ma che ha scelto anch’ella di sacrificarsi per un ideale.
Le due donne
Alcesti rappresenta il modello di moglie, di donna, colei che vede la propria vita talmente legata al marito da doverla sacrificare per il suo bene. Durante tutta la narrazione domina la scena anche quando non è più presente, vive nelle parole del marito, nel pianto di corte, nell’ammirazione di Eracle.
Antigone (Camilla Semino Favro), in perfetta contrapposizione con la moderata sorella Ismene (Mersila Sokoli), ha un carattere forte e la coerenza di mantenere i propri propositi. Ella resta in scena per più tempo e rappresenta l’azione incessante: espone le sue ragioni, litiga con la sorella, seppellisce il fratello, combatte dialetticamente con Creonte. E anche quando non la si vede la sua ombra avvolge il destino di Creonte, soprattutto nelle parole di Tiresia.
E il resto della programmazione?
Da sabato 13 giugno andranno in scena i Persiani di Eschilo con la regia di Àlex Ollè. Si tratta della prima tragedia in ordine cronologico tra quelle giunteci di questo autore. La vicenda racconta, dalla prospettiva dei vinti, la Seconda Guerra Persiana:
Ambientata alla corte di Susa, la regina Atossa riceve un presagio onirico sulla futura disfatta del figlio Serse e decide quindi di rievocare lo spirito del marito Dario colui che, in quanto defunto, conosce il passato e il futuro ma non il presente. Il dialogo dei due e del messaggero con il coro copre gran parte della narrazione che vedrà come conclusione il rientro in patria di un Serse dalle vesti stracciate e il richiamo ai caduti del conflitto.
Dal 14 giugno andrà in scena invece la messa in scena di alcuni passi dell’Iliade di Omero con la regia di Giuliano Peparini.
