Monlam Chenmo: Il Grande Festival della Preghiera
Istituita nel 1409 da Tsongkhapa, fondatore della scuola Gelug del buddhismo tibetano, il Monlam Chenmo è una delle celebrazioni religiose più importanti del Tibet. Ogni anno, migliaia di monaci si riuniscono nei cortili dei monasteri storici di Lhasa, tra cui Sera, Drepung e Ganden, per celebrare fede, conoscenza e la comunità.👇

Tradizionalmente celebrato nel tempio di Jokhang, il cuore spirituale del Tibet, il Monlam Chenmo nasce come occasione di rinnovamento spirituale e confronto intellettuale. I monaci si confrontano su testi di logica, metafisica e filosofia buddhista, accompagnando le loro argomentazioni con il caratteristico battito delle mani. Il gesto simbolico di confutazione.
Il festival si svolge nel primo mese del calendario tibetano, generalmente tra febbraio e marzo, subito dopo il Capodanno (Losar), e dura quindici giorni. Da consuetudine, in questo periodo si ricordando i quindici miracoli compiuti da Buddha Shakyamyni.
Secondo le credenze, il Buddha avrebbe manifestato fenomeni straordinari per contrastare le critiche di altri maestri spirituali, dimostrando la verità del Dharma. Questi miracoli non sono intesi come eventi soprannaturali, ma come manifestazioni della piena realizzazione spirituale.
Il Monlam Chenmo non è solo devozione: è una pratica spirituale rigorosa verso l’illuminazione. Il valore karmico delle azioni (positive e negative) si moltiplica, rendendo l’esperienza intensa da un punto di vista sia etico che spirituale. Questo spinge i fedeli ad intensificare le preghiere, le offerte e gli atti di generosità.
Tra i cortili dei monasteri si ergono le torma, sculture di burro raffiguranti divinità e motivi cosmici, la cui effimerità simboleggia l’impermanenza e l’offerta al Dharma. Alla conclusione del festival, le lampade accese rappresentano la luce della saggezza che dissipa l’ignoranza.
Nel buddhismo tibetano, la fede non è cieca: richiede conoscenza profonda della realtà e capacità di indebolire attaccamento e superficialità, ritenute le radici della sofferenza.
Durante le pratiche spirituali, si rinnovano voti e promesse interiori e non si prega solo per sé, ma anche per la fine delle avversità nel mondo, la pace tra i popoli e la rinascita favorevole degli esseri. Quest’ultimo è un aspetto fondamentale, poiché nel buddhismo e nelle religioni indiane gli esseri non muoiono definitivamente.
La reincarnazione è il processo in cui, dopo la morte, l’anima subisce una rinascita in un altro corpo o stato. Secondo la legge del karma, ogni azione ha conseguenze che determinano la forma e le condizioni della vita successiva.
Questa celebrazione ci ricorda che la religione tibetana non è solo un rito del passato, ma una pratica capace di rinnovare la mente e la società, tenendo insieme spiritualità e comunità.
Proprio questa capacità di rinnovamento ha permesso al Monlam Chenmo di sopravvivere anche nei momenti più difficili: nonostante le restrizioni a Lhasa dopo il 1959, con l’occupazione cinese, la tradizione è continuata.
Il merito è della resilienza delle comunità tibetane (allora in esilio), che hanno trasformato il festival in un simbolo culturale e spirituale ancora oggi persistente.
