Michael, La Recensione: Tra Grandezza e Abissi Storici – Il Biopic che Divide i Fan
Il compito di raccontare Michael Jackson sul grande schermo è, per definizione, un’impresa titanica. Il rischio di cadere nell’autocelebrazione da parte degli eredi o, al contrario, di perdersi nel gossip è sempre dietro l’angolo. Ho assistito alla proiezione del tanto atteso biopic in lingua originale presso l’UCI Cinemas di Catania, punto di riferimento per le proiezioni al cinema in lingua originale, con programmazione settimanale.
L’esperienza mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Se da un lato il film tenta di spiccare per potenza visiva, dall’altro sprofonda in mancanze che, per un conoscitore della storia del Re del Pop, risultano difficili da ignorare.

Partiamo da ciò che funziona, la messa in scena è curata nei minimi dettagli in certi passaggi. La ricostruzione dei concerti (CGI a parte) e delle performance live è, senza giri di parole “tanta roba”. È qui che il film sprigiona la sua energia migliore, riportando in vita la magia del palco che ha reso Michael un’icona globale.

Il merito va in gran parte a un cast azzeccatissimo. Jaafar Jackson, nipote di Michael, offre un’interpretazione che mi ha personalmente sorpreso: dall’era Off the Wall in poi, riesce a catturare l’essenza dello zio con grande naturalezza, a tratti sembra di sentir parlare suo zio. Mentre è Juliano Valdi, che interpreta il piccolo Michael dei Jackson 5 con bravura. Accanto a loro, spicca un forte Colman Domingo, che interpreta il padre, Joe Jackson in maniera impeccabile, presenza fissa nel film, essendo incentrato molto sul racconto tormentato rapporto padre-figlio. Anche la scelta di dare spazio alla figura di La Toya Jackson (Jessica Sula), ritratta come la sorella fedele e onnipresente degli anni d’oro, è un tocco di classe che attinge direttamente ai ricordi più autentici dell’artista.

I Problemi: Tra “Abissi Imbarazzanti” e Falsi Storici
Tuttavia, grattando sotto la superficie di questa magnifica confezione, emergono lacune che definire “imbarazzanti” non è un’esagerazione. Il film inciampa su diversi errori cronologici e tecnici che faranno storcere il naso ai puristi. Vedere i Jackson 5 cantare Never Can Say Goodbye, brano del loro terzo album, durante un provino pre-Motown è un salto temporale inspiegabile. Così come l’uso di audio del Bad Tour per esibizioni ambientate durante il Victory Tour: un errore tecnico che rompe la magia del realismo.

Ma il vero “crimine” narrativo risiede nelle assenze. È incomprensibile come si possa scrivere una biografia di Michael Jackson eliminando totalmente Diana Ross. Probabilmente una delle figuri femminili più importanti nella vita di Jackson, probabilmente dopo la madre, scompare dal racconto, pare per complicatissime questioni legali legate ai diritti d’immagine. Un vuoto che pesa come un macigno, così come l’invisibilità di sorelle come Janet (che ha personalmente richiesto di non essere inserita nel film) e Rebbie, ridotte a sorelle inesistenti.
Uno dei punti che mi ha fatto pensare “sono finite le 2 ore che possiamo utilizzare per questa prima parte” è il brutale salto temporale che avviene tra il 1984 e il 1987. In questo salto totale si perde un pezzo fondamentale dell’anima di Jackson. Scompare totalmente quello che è stato il progetto di “We Are The World”, la storica canzone scritta a quattro mani con Lionel Richie per il progetto USA for Africa.
Non è solo la mancanza di un brano iconico, è la mancanza di tutto il Michael “umanitario”. Il film sembra voler ignorare che l’uomo Jackson era basato sulla filosofia della tutela dell’infanzia e della missione civile. A parte una brevissima scena in cui accarezza un bambino in ospedale dopo l’incidente della Pepsi, la sua spinta filantropica è pressoché inesistente. Il ranch di Neverland inteso come sua casa e rifugio personale, viene bypassato. Si percepisce la volontà di non approfondire la sfera umana per evitare che lo spettatore possa fare collegamenti mentali con le future accuse di pedofilia, ma il risultato è un Michael ridotto a “sola arte”, privato del suo impegno per il mondo.
Il “Giallo” del Montaggio: Perché il Film si ferma all’87?
Molti spettatori si chiederanno perché il film subisca un interruzione così netta, passando dall’84 direttamente al tour di Bad, per poi chiudersi lì. La risposta non è solo artistica, ma anche dettato da motivi legali.

Inizialmente, il progetto prevedeva un inizio nel 1993, con Michael davanti allo specchio mentre fuori risuonano le sirene della polizia, e avrebbe dovuto affrontare le note vicende giudiziarie nella parte finale. Tuttavia, un “intoppo” dell’ultimo minuto ha cambiato tutto: gli avvocati della famiglia si sono resi conto che un vecchio accordo firmato da Jordan Chandler (uno degli accusatori) proibiva qualsiasi sua rappresentazione o menzione sullo schermo.
Questo intoppo legale ha costretto la produzione a riscrivere e rimontare il film, spostando la chiusura della pellicola all’apice del successo commerciale (il 1987), trasformando quello che doveva essere un racconto completo in una “Parte 1”, di cui la seconda parte è stata già confermata. Questa operazione, costata tra i 10 e i 15 milioni di dollari extra per riprese aggiuntive, ha di fatto eliminato le zone d’ombra più profonde per concentrarsi sulla musica e sul rapporto col padre.
Perché il film, nonostante la bellezza, non convince?
Il motivo per cui, alla fine della visione, si prova amarezza è la sensazione di trovarsi davanti a un’operazione di marketing più che a un tributo umano.

Manca quasi totalmente lo sviluppo di Michael come uomo edificato sulla filosofia dell’infanzia e della purezza. Neverland non esiste come concetto architettonico del pensiero di Michael. Non c’è traccia del suo impegno umanitario monumentale, di quel We Are The World che ha cambiato la storia.
La Sceneggiatura “Tattica”: La mano di John Branca (interpretato da Miles Teller) si sente pesantemente. Essendo produttore del film e curatore dell’Estate di Jackson, Branca ha dipinto se stesso come l’angelo custode infallibile, creando una narrazione edulcorata che non sempre corrisponde alla realtà storica.
Regia e Tecnica: Nonostante il budget, la regia di Antoine Fuqua appare a tratti pigra, con una fotografia piatta che ricorda più una produzione standard di Netflix che un grande evento cinematografico. Anche la CGI degli animali (tra tutti su la scimmia Bubbles) risulta poco convincente, rompendo l’immedesimazione.
In Conclusione
Per il “casual listener”, per chi vuole passare due ore a scoprire la genesi di un mito, il film sarà un’esperienza eccitante e visivamente appagante. Ma per chi ha amato Michael, resta l’amarezza di un’occasione sprecata. Si è scelto di mostrare l’alienazione dell’artista e il suo talento cristallino, ma si è preferito nascondere l’uomo e la sua complessa missione umanitaria dietro la scusa di intoppi legali e scelte di produzione sicure. Un film bello da vedere, ma con un’anima troppo controllata per essere davvero vera. Ci toccherà aspettare un eventuale secondo capitolo per vedere, forse, il Michael umano dietro l’icona.
