Ilaria Kappler, tra le emozioni a metà e l’autodeterminazione: “Candeline sarà la mia canzone più autobiografica”
Ilaria Kappler è una cantautrice che con la sua musica riesce ad inserirsi nel cuore delle tue emozioni. Campana, classe 2004, porta avanti un progetto musicale dove le emozioni, le riflessioni interiori e la consapevolezza si fanno strada tra le note di sound frutto di scelte e di un lavoro che vuole coinvolgere il più possibile chi ascolta. Nel suo percorso è riuscita a far conoscere la sua voce anche tramite i social, scegliendo comunque di dar spazio alla valorizzazione della propria figura di artista. Nei suoi testi c’è la scelta di trattare temi interiori che raccontano il pieno aspetto umano, che sono occasione per un tu per tu tra l’artista e il pubblico.
La sua ultima uscita “Sipario!” parla di una forza di autodeterminazione che risulta essere un invito all’azione, un’esortazione a vivere. Il prossimo 26 giugno uscirà “Candeline”, un pezzo costruito a metà tra sensazioni autobiografiche e la consapevolezza di parlare ad un pubblico che spesso vive uguali sentimenti. Le canzoni già uscite e le prossime pubblicazioni completeranno il ritratto di una cantautrice che tra i suoi testi consegna a chi ascolta le chiavi di un viaggio che attraverso la musica sa arrivare certamente nel profondo. Conoscerla oggi permette di seguirne i passi, di comprendere un progetto musicale che è stato capace di affermarsi sempre più nel tempo, oltre i social, oltre i talent. Un’artista con un’identità ben precisa che oggi si racconta anche:
- Nella tua biografia sottolinei l’idea che la tua musica sia uno specchio in cui la nostra generazione possa riflettersi. Quali sono i mezzi e le emozioni alle quali ti affidi per realizzare ciò?
Io come mezzo principale uso la scrittura. In essa cerco di far riflettere in qualche modo una storia, che sia una storia mia o che sia una storia che ho ereditato dagli altri. I mezzi principali sono le emozioni. Personalmente mi piace tanto soffermarmi non soltanto sulle emozioni nette, credo che di quest’ultime ne siamo tutti quanti molto pieni. Esistono però tante altre emozioni che stanno di solito o un po’ prima, o un po’ dopo l’emozione pura. Queste sono quelle che preferisco analizzare. Mi piace tanto andare a cercare le sfumature, non l’emozione diretta. Nel mio modo di vivere le cose sono proprio le sfumature ad avere tanto spazio. Questo è punto di vista che cerco di trasportare ed inserire nelle mie canzoni.
- La tua ultima canzone si chiama “Sipario!”. Ci parli di come è nata e di cosa parla?
“Sipario!” è nata principalmente in studio. All’inizio avevo scelto di chiamarla “Giulietta”, anche se poi cambiare il nome mi ha permesso di ampliare lo spettro della canzone in sé. Devo dire che è nata in modo spontanea, partendo dalle batterie. Io stavo scrivendo lì vicino e senza un tipo di costruzione, all’improvviso ho sentito di mettere giù questo testo: “Giulietta, “giulietta perché tu affaccia dalla finestra, non verrà nessuno a salvarti”. È stata una canzone che è venuta fuori seguendo un flusso. Ogni parte poi è stata fondamentale per la parte successiva. L’idea generale si fonda sull’esaltazione di una forza di autodeterminazione. Non un’autodeterminazione femminile nel senso stretto del termine quanto piuttosto declinando la stessa anche alle narrazioni culturali: siamo sempre cresciuti e siamo stati portati a credere che, a un certo punto della storia, ci debba essere qualcuno che salvi qualcun altro.
Con il trascorrere del tempo mi sono resa conto di quante persone, aspettando qualcosa, poi non trovino niente. Di quante rimanendo sempre ferme ad aspettare, successivamente magari si imbattono anche in quel qualcosa, illudendosi che sia ciò che speravano ma scoprendo in realtà, solo alla fine, come così non sia. Per cui, guardandomi un po’ indietro, un po’ con le storie con cui sono cresciuta, mi è venuto quasi spontaneo chiedermi perché ci fosse sempre questa narrazione in cui c’è questa fanciulla, questa ragazza che deve essere salvata. Anche perché alla fine, spesso e volentieri, Giulietta muore. Questo perché per quanto si possa cambiare la sua storia, lei deve attraversare un processo tramite l’amore, salvo poi però morire.
Un’altra storia che mi viene ancora in mente è quella di Biancaneve che per essere salvata deve comunque entrare in una sorta di coma. Per cui era proprio questa domanda che mi tormentava del perché, se poi la narrazione è sempre la stessa, ci fosse questa necessità di dover essere salvati. In “Sipario!” c’è quindi questa sorta di esortazione un po’ a chiunque l’ascolti.È come se fosse una voce narrante che percorre tutta la canzone, che in qualche modo si vuole rivolgere a chi sente la necessità di essere salvato, cercando di dargli la spinta giusta per iniziare a vivere nel presente, senza per forza aspettare questo colpo di scena, questo colpo di fulmine che spesso, soprattutto nella società di oggi, può anche rivelarsi abbastanza fatale.

- E invece qual è il pezzo al quale sei più affezionata?
In realtà credo che sarà quello che uscirà a breve. Ce ne sono due che non sono ancora usciti che sono probabilmente quelli a cui sono più affezionata. “Sipario!” è stata solo la prima canzone che ho pubblicato quest’anno. Sono stata molti mesi in studio a scrivere e abbiamo anche iniziato a progettare l’EP. Ci sono tantissime canzoni che usciranno nel tempo mala prossima è per me molto speciale. Si chiama “Candeline” e a livello di scrittura è una delle più autobiografiche. Questo è un pezzo che tratta della crescita ma nella visione del sentirsi grandi soltanto da un punto di vista fisico, raggiungendo quindi anche quegli obiettivi scanditi dalle tappe della crescita, salvo poi però sentirsi emotivamente soli, sentendosi appunto piccoli.
Rispetto a questa sensazione, parlandone anche con le persone che sono attorno a me, mi sono resa conto di come sia una cosa molto più comune di quanto pensassi. Di conseguenza poi anche le immagini che ci sono in questa canzone ho scoperto che non appartengono solo a me e questa è una cosa che sotto un certo profilo mi fa piacere. “Candeline” è una di quelle per cui sono più fiera soprattutto a livello di scrittura e di arrangiamento. Uscirà il prossimo 26 giugno!
- Hai partecipato anche al progetto “Canzoni al telefono”. Diciamo che questo è un trend che mette insieme sia la musica che le relazioni umane. Quanto risulta significativo per te che sia proprio la tua voce a fare ponte fra questi due mondi?
Tantissimo. In quel periodo lì, quando ho iniziato, venivo da un’epoca social abbastanza intensa, basata però principalmente sulle cover. Queste ti danno una caratterizzazione che però, per quanto mi riguarda, può essere lontana dalla propria dimensione. Finché canti le canzoni degli altri non senti spesso che stai dando effettivamente qualcosa di tuo. Io ho passato veramente tanti anni a fare questo, e il che mi ha fatto sentire anche un po’ anonima nel tempo. Ciò non toglie comunque che mi sia piaciuto tantissimo, in virtù del fatto che io in realtà amo fare le cover. Tuttavia, considerato come il mio progetto principale sia quello di voler trasmettere Ilaria come persona e in qualche modo la mia storia, il mio vissuto, quel progetto mi stava un pochino penalizzando a livello personale.
Da un mio punto di vista quel progetto è stato un po’ anche la svolta sotto un profilo di sensazioni personali: c’era qualcuno che stava scegliendo me nello specifico, che stava andando a cercare il mio nome e che stava scegliendo la mia voce, non quella di un altro. Questo ti fa dare un valore per me estremo a quello che stai facendo, anche perché comunque, essendo un progetto che poi ha come funzionalità principale quella di andare in qualche modo a regalare un’emozione, che qualcuno scelga la tua voce anziché quella di un altro…Anche in virtù di ciò me è stato un periodo molto importante. Da lì ho iniziato a dare molto più valore ad alcuni aspetti, non che prima non ne dessi, però era certamente diverso. È stato anche molto catartico, soprattutto all’inizio, perché comunque c’era tantissima emozione.
- E questo è sicuramente qualcosa anche di gratificante. I trend come “Canzoni al telefono” nascono e si diffondono, appunto, anche grazie ai social, a TikTok. Ecco, quanto impatto hanno avuto i social nel tuo percorso secondo la tua percezione?
Hanno avuto un impatto fondamentale sulla mia crescita perché io l’ho fatto in questo modo, l’ho fatto postando principalmente cover sui social. Per un paio d’anni più o meno ho avuto uno spazio dove avevo un appuntamento fisso e nel quale facevo le live la sera. Ero seguita dal team di TikTok Live, ed io tutte le sere per minimo un’ora circa stavo in diretta e cantavo, sempre. Questo però al tempo stesso ti cambia.
Stare dietro ad un algoritmo anziché stare dietro a delle persone che ti guardano, è completamente diverso. Era una cosa estremamente alienante a un certo punto, si passava da giorni in cui c’erano magari 300, 400, 500 persone il giorno dopo ci si ritrovava anche con 15 persone, mentre tu facevi esattamente le stesse cose. Avere un pubblico presente nella realtà dei fatti però è tutt’altro. Una cosa è che tu guardi chi ti ascolta dritto negli occhi, li vedi in faccia, le capisci, ci scambi delle interazioni umane, un’altra è che stai costantemente dietro ad un telefono. Il che, a un certo punto, era diventato troppo pesante.

- I talent come X Factor e Amici sono spesso considerati come dei trampolini di lancio per molti artisti emergenti e tanti cantanti. Oggi possiamo dire però che il mercato sia abbastanza saturo? Ritieni che queste piattaforme rappresentino ancora una reale opportunità di crescita? Oppure ormai finiscono per monopolizzare la discografia, togliendo magari spazio e visibilità a chi sceglie un percorso indipendente?
No, secondo me esistono situazioni nelle quali cimentarsi. Un progetto si vede infatti a lungo termine. Ho conosciuto tante persone che non sono riuscite neanche a fare un passo molto importante: trovare il coraggio in qualche modo di mostrarsi. Quindi per me, proprio in questa prospettiva, tutto ciò che è un’occasione è un qualcosa da cogliere. Ovviamente i talent hanno poi delle dinamiche interne che magari da fuori poco si possono effettivamente conoscere ma questo è un discorso differente. Io da quando ho 17 anni ho iniziato a viaggiare e a cimentarmi in talent del genere.
Oggi devo dire che sono estremamente grata, anche che le cose non siano andate in porto in quelle circostanze. In quel momento non avevo un progetto ben strutturato, non avevo tra le mani qualcosa di solido per come lo intendo io, avevo solo un sogno e tante ambizioni. Quello che mi mancava era effettivamente quel contenuto che ho nelle mani adesso. Credo anche che queste stesse esperienze vissute abbiano fatto il loro.
Avere la tenacia di stare sempre lì tutti i giorni a battere il ferro, a scrivere, a cercare sempre l’accordo giusto, l’armonia migliore, tutto ciò me l’ha dato anche quel rifiuto lì. Lo stesso però che per me non è stato un vero e proprio rifiuto. In quelle occasioni ho conosciuto per esempio tantissime persone. Fare i talent è importante, ti permettono di aprire gli occhi e comprendi cosa sia effettivamente il raggiungimento di un obiettivo o di un sogno. L’ho compreso sulla mia pelle. Ho imparato come non bastasse credere nell’esistenza di una favola dove ti presentavi in un contesto del genere, veniva presa e poi magicamente la tua vita sarebbe stata tutta in discesa. I provini e i talent appunto, dopo più tentativi, ti costringono spesso a porti la riflessione su quanto tu possa tenerci ed è poi indispensabile per focalizzarsi sul proprio obiettivo.
- Guardando al futuro invece, musicalmente qual è il traguardo che desideri raggiungere? C’è un palco sul quale sogni di esibirti, una collaborazione che vorresti realizzare nel futuro prossimo?
Attualmente il mio focus è sul progetto al quale sto lavorando, sulla sua qualità. Il mio obiettivo sarebbe quello di sentire qualcuno che sta cantando una mia canzone, qualcosa che ho scritto e che è quindi arrivata. Per me questa è la cosa principale. Tutto quello che verrà dopo sarà conseguente a ciò, che per me rimane priorità.
