Speciale Corea del SudSport

Due Coree, una sola arte: il Taekwondo punta a diventare patrimonio dell’umanità

Seoul annuncia l’intenzione di presentare una candidatura UNESCO condivisa per il Taekwondo, coinvolgendo anche Pyongyang. Dopo il precedente del Ssireum nel 2018, la cultura torna a essere uno dei pochi canali di dialogo tra le due Coree. 👇

Un dollyo chagi ben assestato non chiede il passaporto. Parte dall’anca, attraversa l’aria e colpisce il bersaglio con una precisione che è insieme tecnica e disciplina mentale. È anche da qui che riparte l’ultima mossa diplomatica della penisola coreana. Il 19 gennaio 2026, infatti, Seoul ha annunciato l’intenzione di presentare una candidatura UNESCO per il Taekwondo che non escluda Pyongyang

Una candidatura comune, o quantomeno condivisa. In un tempo di missili e sanzioni, il linguaggio del corpo prova a sostituire quello delle minacce. E non è un segnale da sottovalutare. 

Inoltre, la tempistica non è casuale. La Corea del Nord ha già depositato una propria domanda nel 2024, rivendicando il Taekwondo come patrimonio culturale nazionale secondo la propria tradizione, quella legata alla International Taekwondo Federation (ITF).  

Il Sud avrebbe potuto rispondere con una candidatura concorrente, forte della versione più nota e globalizzata, la World Taekwondo (WT), sport olimpico dal 2000. Ha scelto invece un’altra strada: non competere, ma allargare il perimetro. La candidatura formale è attesa per marzo 2026; il verdetto, invece, arriverà a dicembre, a Xiamen, in Cina.  

Il precedente esiste, e pesa. Nel 2018, sempre sotto l’egida dell’UNESCO, le due Coree riuscirono a fondere in una sola iscrizione le rispettive candidature per il Ssireum, la lotta tradizionale coreana. Un miracolo minore, ottenuto quando i rapporti tra Nord e Sud erano meno congelati di oggi. Quel “modello Ssireum” viene ora evocato come prova che una cooperazione culturale è possibile anche quando quella politica è bloccata. È vero, ma va detto che allora il clima era diverso. Oggi il dialogo diretto è ridotto al minimo, e proprio per  questo la cultura resta uno dei pochi canali ancora praticabili. 

Il Taekwondo, del resto, non è solo uno sport. È un sistema educativo, una filosofia pratica, un racconto nazionale che affonda le radici nel periodo dei Tre Regni, quando le arti marziali erano addestramento militare ma anche formazione morale. Disciplina, rispetto, autocontrollo: valori che entrambe le Coree rivendicano come propri, pur avendoli declinati in modi opposti.  

Qui sta il paradosso e insieme l’opportunità. Il Taekwondo è forse l’ultimo simbolo identitario che Nord e Sud riconoscono come autenticamente comune. 

L’ostacolo, però, non è solo politico. È tecnico. La WT, con sede a Seoul, ha trasformato il Taekwondo in uno sport globale, regolamentato, televisivo. Più atletico, più veloce, più misurabile. L’ITF, storicamente legata a Pyongyang, insiste invece su un approccio più marziale e tradizionale, meno spettacolare ma più fedele, secondo i suoi sostenitori, allo spirito originario. Due stili, due sistemi di punteggio, due narrazioni. Metterli sotto un’unica etichetta UNESCO significa trovare una definizione abbastanza ampia da non scontentare  nessuno e abbastanza precisa da avere senso. 

Qui entra in gioco il ruolo dell’UNESCO come arbitro culturale. L’iscrizione non riguarda la dimensione sportiva competitiva, ma il patrimonio immateriale: le pratiche, le conoscenze, i rituali trasmessi di generazione in generazione. In teoria, questo permette di superare le differenze tecniche e di riconoscere una “eredità condivisa”. In pratica, significa negoziare ogni parola del dossier. Perché anche una forma di saluto o una terminologia possono diventare terreno di scontro identitario. 

C’è poi la questione del cinismo, inevitabile. È lecito chiedersi quanto questa apertura sia sincera e quanto sia invece una mossa di soft power. Per Seoul, presentarsi come promotrice di dialogo culturale rafforza l’immagine di attore responsabile sulla scena internazionale. Per Pyongyang, partecipare a un’iniziativa UNESCO è un modo per uscire, anche solo simbolicamente, dall’isolamento. Nessuno dei due lo fa per altruismo. Ma la diplomazia funziona spesso così: interessi che si incontrano per caso sul terreno meno pericoloso possibile. 

Resta da capire se il riconoscimento, ammesso che arrivi, produrrà effetti che vadano oltre la conservazione simbolica. Il rischio è che tutto si esaurisca in una foto di gruppo e in un comunicato ben scritto. Il precedente del Ssireum insegna che l’unità culturale non si traduce automaticamente in dialogo politico. Ma insegna anche che, quando la politica tace, i gesti simbolici possono tenere aperta una fessura. 

Forse il Taekwondo non unirà le due Coree. Probabilmente non fermerà i missili né riaprirà i confini. Ma ricordare, davanti a un consesso internazionale, che quella disciplina nasce da una storia comune è già un atto politico, anche se travestito da cultura. In un’epoca in cui le parole sono diventate armi, affidarsi a un calcio ben eseguito può sembrare ingenuo. O, più semplicemente, l’unica mossa rimasta.