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Corea del Sud, il paradosso del gioco d’azzardo: proibito, ma diffuso 

Continua la battaglia della Corea del Sud riguardo il gioco d’azzardo. Formalmente proibito ai cittadini, tranne rare eccezioni, ma altamente diffuso nelle sue forme digitali e illegali, rappresenta una delle dipendenze più radicate e pericolose. 👇

Gioco d'azzardo - Wikipedia
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Quando pensiamo alla Corea del Sud, lecitamente la mente corre ad una Seoul illuminata da led, schermi dominati da stelle del K-pop. Tuttavia, dietro la scintillante superfice profonda, si cela una contraddizione profonda: il gioco d’azzardo. 

La legislazione sudcoreana è tra le più severe al mondo. I cittadini non possono giocare nei casinò sparsi per il Paese, concessi esclusivamente ai turisti stranieri. L’unica eccezione è il Kangwon Land Casino, una struttura isolata tra le montagne, accessibile solo ai coreani per un numero limitato di giorni all’anno. Una misura apparentemente protettiva che però non ha arginato il fenomeno. Al contrario, lo ha reso più subdolo. 

Il gioco d’azzardo è infatti penetrato nella società in forme parallele: scommesse illegali, lotterie clandestine, piattaforme online che aggirano i divieti grazie a server offshore. È un mercato che muove miliardi di won, senz’altro difficile da monitorare e spesso anche collegato a circuiti criminali. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini comuni, attratti dalla promessa di un riscatto veloce in una società competitiva e ossessionata dal successo. 

Il peso della pressione è decisivo. La Corea del Sud è uno dei paesi con il più alto tasso di ore lavorative e con un modello culturale che celebra la performance. Per chi resta indietro, ad esempio lavoratori travolti da debiti o piccoli imprenditori in difficoltà, il gioco d’azzardo appare come scorciatoia. Non a caso, secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità, la Corea del Sud è tra i paesi con la più alta incidenza di gioco patologico: circa il 5% della popolazione, quasi il doppio della media globale.  

A dare al mondo un’immagine cruda di questa realtà è stato il k-drama Squid Game. Seong Gi-hun, il protagonista, non entra nel gioco mortale per sete di violenza o avventura, ma per via dei debiti contratti al tavolo da gioco, tra le altre cose. La sua parabola, però, non è pura invenzione: in Corea, migliaia di persone vivono prigioni di debiti simili, segnati dall’azzardo e dai prestiti usurari che spesso lo accompagnano. La serie non ha fatto che trasformare in allegoria televisiva un fenomeno quotidiano, rendendolo leggibile anche a un pubblico globale. 

Dietro il proibizionismo si cela un paradosso culturale: lo Stato vieta ai cittadini di giocare, ma al tempo stesso trae profitti dalle lotterie pubbliche e dai circuiti legalizzati per i turisti. È un doppio binario che alimenta diffidenza e che spinge i coreani verso forme illegali, meno regolamentate e più pericolose. Così, mentre il Paese si mostra al mondo come hub di tecnologia, disciplina e rigore, convive internamente con una delle dipendenze più difficili da trattare, aggravata dal forte stigma sociale che circonda chi cade nel vortice. 

L’azzardo in Corea non è solo una questione economica, ma una lente che rivela le fragilità di una società ipercompetitiva. È il sintomo di un malessere più ampio, fatto di isolamento, pressione lavorativa e paura del fallimento. I numeri raccontano di una piaga, ma le storie romanzate come quella di Gi-hun spiegano perché in una nazione che sogna di correre sempre più veloce, molti cerchino nel gioco d’azzardo un’illusione di fuga, trovando invece una gabbia ancora più stretta. 

La sfida per la Corea del Sud è enorme: non si tratta solo di inasprire i controlli o rafforzare i divieti, ma di ripensare le radici culturali ed economiche che alimentano la dipendenza. In un Paese che ha saputo reinventarsi più volte, dalla guerra alla modernità tecnologica, resta da vedere se saprà affrontare anche il lato oscuro del suo presente.