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La sfida europea e la carta Draghi

Il prossimo giugno si giocherà una partita estremamente importante per l’Europa: in ballo c’è un posizionamento geopolitico oggi imprescindibile.

Nel quadro della politica mondiale, i molteplici conflitti e la sempre più marcata posizione subalterna che l’Unione Europea palesa di fronte alle altre potenze mondiali, Usa e Cina su tutte, ci impone di guardare alla prossima corsa alle urne con una certa progettualità, evitando di trasformare queste elezioni in uno svilente “termometro di consensi” per i nostri partiti.

La moda di vedere nelle elezioni europee un campo di prova per alleanze o un modo per misurare il gradimento di un governo viene a rappresentare, oggi più che mai, l’errore più grande che la nostra politica possa fare. Siamo certamente obbligati a cambiare rotta sia dal momento storico sia dal potere che man mano veniamo a perdere nell’ambito della politica globale e nel mondo del mercato. L’Europa si trova oggi ad inseguire Paesi che nel tempo hanno imposto la propria supremazia in ambito economico o che promettono di farlo nel futuro prossimo, Paesi che ai tavoli internazionali pesano sempre più e acquisiscono margine decisionale negli affari che contribuiscono a mantenere stabile l’assetto mondiale.

Per scongiurare il rischio di un’effettiva stagnazione per l’Europa serve allora costruire un progetto UE più forte e abile, un modello che veda alla base la partecipazione attiva dei cittadini e la volontà dei partiti di riportare in alto il sogno europeo di Altiero Spinelli e di Alcide De Gasperi.

Le difficoltà dell’Europa

Una delle pecche più grandi dell’attuale Unione Europea sembrerebbe, a detta di molti, una mancanza di leadership che non sarebbe stata spazzata via con l’elezione di Ursula von der Leyen, forse in parte risucchiata anche dai bracci di ferro interni. C’è da dire che l’attuale Unione Europea ha avuto il peso della gestione della pandemia e conseguentemente dei suoi stessi effetti, restringendo il margine di manovra dell’agenda politica precedentemente dettata. L’attacco della Russia di Putin all’Ucraina ha portato ulteriori conseguenze, sia dal punto di vista economico che per quanto concerne la produzione e la reperibilità di materie prime e mentre la Cina non smette di guardare a Taiwan, il conflitto tra Israele e Palestina palesa al tempo stesso una non trascurabile difficoltà ed una comprensibile preoccupazione.

Gli eventi che si sono susseguiti hanno messo l’Europa nettamente in difficoltà, al punto che oggi risulta indispensabile un colpo di reni per riconquistare forza e autorevolezza sulle tematiche e ai tavoli più importanti. Il duello Biden-Trump ci riconsegnerà una determinata versione degli Usa piuttosto che un’altra, l’avanzata cinese continua sostanzialmente senza battute d’arresto mentre i paesi del Medio Oriente si affacciano sempre con più prepotenza sullo scenario globale. L’Europa è chiamata a rispondere.

La carta Draghi

Proprio per colmare quel già citato vuoto di leadership è stato avanzato nei giorni scorsi il nome di Mario Draghi per la presidenza della Commissione europea. A sponsorizzare la candidatura dell’ex Presidente del Consiglio ci sarebbe già Renew Europe, ossia uno dei principali partiti politici europei che tuttavia godrebbe dell’appoggio di altri esponenti di ulteriori gruppi. Ciò risulterebbe essere conseguenza dell’autorevolezza di un nome, quale proprio quello di Draghi, che soprattutto in Europa si è affermato e fatto apprezzare per competenza e visione. Il coraggio che l’ex Presidente della BCE ha messo in campo in passato e che perfettamente si riassume in quel celebre “Whatever it takes“, oggi viene ritenuto da molti la carta vincente per riavviare un motore che rischia davvero di lasciare l’auto in panne.

Chi è contrario in Europa e perchè

Per alcuni la figura di Draghi sarebbe invece ingombrante ed eccessivamente autoritaria, come sostenuto da quei Paesi che vedono nella sua elezione un rischio per la propria crescita e per la propria supremazia europea. Già nei giorni scorsi il quotidiano “Der Spiegel” metteva in risalto le differenti vedute tra lo stesso Draghi e l’attuale segretario della Cdu Friedrich Merz, mentre altre resistenze potrebbero riscontrarsi dai Paesi del Nord. Nonostante ciò occorre sottolineare come in uno scenario geopolitico altamente instabile, come d’altronde quello che stiamo vivendo, la priorità risulta essere quella di emergere proprio come Unione Europea.

L’esperienza della Brexit o quella della Scozia ci insegnano che “dentro l’Europa si è più forti” anche e soprattutto sotto il profilo economico, venendo ad essere questo l’unico modo per competere contro dei giganti come Cina e Stati Uniti. Per gli stessi motivi anche le nazioni con qualche riserva sul nome di Draghi non sembrerebbero avere tanta scelta, naturalmente a patto che il nome dell’ex Presidente del Consiglio non venga bruciato come già avvenuto per la corsa al Colle.

L’intervento a La Hulpe

Il nome di Draghi circola da tempo in ambito europeo, al punto che alla sua figura sono stati avvicinati nel corso del tempo anche differenti incarichi. Attualmente all’ex Presidente della Banca Centrale Europea è stato affidato il compito di realizzare un rapporto sulla competitività dell’Ue.

In occasione di una conferenza a La Hulpe, in Belgio, lo stesso Draghi ha tracciato alcune dei contenuti dello stesso report, restituendo una sorta di programma utile a mettere in pratica quel “cambio radicale” che si sta ricercando. I punti toccati sono stati diversi, si va dagli investimenti in ricerca e sviluppo economico alla transizione ecologica, dalla difesa al mondo del digitale.

Ha aperto il proprio intervento dicendo: “Abbiamo bisogno di un’Unione Europea che sia pronta al mondo di oggi e di domani e quello che proporrò nel mio report è un cambiamento radicale: questo è ciò di cui abbiamo bisogno”, ha dettato una serie di punti che perfettamente indossano il vestito di un’agenda europea e ha concluso il suo discorso richiamando alla coesione, al superamento delle rivalità nazionali e all’unità di visione e azione. I segnali utili ad una sua candidatura per presiedere la Commissione ci sono tutti, le idee non sembrerebbero mancare ma in ogni caso, anche qualora l’ex Presidente del Consiglio non dovesse invece scendere in campo, ci si auspica che la nuova Commissione e il Parlamento europeo facciano tesoro di una linea programmatica capace oggi di scuotere l’Europa, capace di farci tornare competitivi e autorevoli nel mondo.

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