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Denatalità in Corea del Sud: la dea Samsin e la crisi delle nascite

Per secoli la dea Samsin Halmeoni ha protetto la maternità tra le mura domestiche. Oggi la Corea prova a sostituirla con i sussidi, ma la società rende la nascita un costo insostenibile. 👇

Per secoli lo sciamanesimo coreano ebbe anche sacerdoti uomini, con un ruolo politico riconosciuto; fu la dinastia Joseon, di ideologia confuciana, a relegarlo all’ultimo gradino sociale, spingendo gli uomini ad allontanarsene; furono le donne a restare a occupare quello spazio.

Se questo vale per lo sciamanesimo coreano nel suo complesso, la storia di Samsin Halmeoni aggiunge una torsione particolare. Samsin è la divinità alla quale, dentro la casa, si chiedeva di proteggere la gravidanza, favorire il parto e accompagnare la crescita del bambino. È una figura domestica, quasi familiare, ma il suo campo d’azione tocca oggi una delle questioni più politiche della Corea del Sud: come e perché nascano i bambini. Nel paese che ha trasformato la natalità in una priorità nazionale, la vecchia dea del parto sopravvive mentre lo Stato cerca di sostituirne la promessa con sussidi, congedi e politiche familiari.

Il nome contiene già parte della sua storia. Sam può riferirsi alla gravidanza, ma il suono è stato associato anche al carattere che indica il numero tre. Sin è la divinità. Halmeoni, semplicemente, nonna. Samsin Halmeoni è dunque, letteralmente, la nonna divina della nascita, ma non esiste una versione unica della sua identità. In alcune tradizioni è una figura triplice. A Jeju assume invece la forma di Seolmundae Halmang, una divinità singola, con una fisionomia regionale distinta. La pluralità non è un difetto della leggenda. È precisamente il modo in cui una religione trasmessa oralmente conserva le proprie differenze.

Una delle genealogie più note la fa risalire a Tanggum Aeggi, indicata dalla tradizione come la prima mudang. La nascita della Samsin avviene in una grotta, dettaglio che la tradizione interpreta in rapporto all’antico motivo dell’orso e alla religiosità precedente alla sistematizzazione buddhista e confuciana. Il racconto non va trattato come un documento storico. Dice però qualcosa della profondità temporale attribuita alla divinità: Samsin non entra nella casa coreana come una santa importata da un sistema religioso codificato. Appartiene a uno strato della religiosità coreana nel quale nascita, fertilità e protezione della famiglia precedono la distinzione netta fra religione ufficiale e credenza domestica.

Il luogo della dea Samsin è l’anbang, la stanza interna della casa, tradizionalmente associata alla sfera familiare. Qui poteva essere custodito il Samsin Danji, un vaso destinato alla divinità e legato alla protezione della madre e del bambino. Il culto non richiedeva necessariamente un tempio né la presenza di una mudang. Poteva stare dentro la casa e passare attraverso la gestione quotidiana degli oggetti rituali.

Il calendario della nascita aveva poi le sue scansioni. Dopo il parto si celebravano riti legati ai primi sette giorni e alle settimane successive; il centesimo giorno costituiva un’altra soglia, quando il bambino aveva superato una fase nella quale la mortalità infantile rendeva tutt’altro che scontata la sopravvivenza. In alcune tradizioni si preparava il Samsin-sang, una tavola con riso, alghe e acqua purificata. La geumjul, la corda rituale appesa all’ingresso della casa, segnalava invece che una nascita era avvenuta e contribuiva a tenere lontani estranei, influenze nocive e malattie.

È difficile trovare una religione più concreta di questa. Samsin non prometteva una salvezza ultraterrena. Presiedeva a un problema immediato: far arrivare un bambino al giorno successivo, poi alla settimana successiva, poi al centesimo giorno. La sua religiosità apparteneva alla casa prima ancora che alla dottrina.

È qui che la storia della dea incontra quella della Corea contemporanea. Nel 2023, infatti, il tasso di fecondità sudcoreano è sceso a 0,72 figli per donna, il minimo registrato nella serie nazionale. Praticamente uno dei valori più bassi mai osservati a livello internazionale. Nel 2024 è risalito a 0,75 e nel 2025 a 0,80. È un’inversione ancora troppo recente per essere scambiata per una soluzione: il numero resta lontanissimo dal 2,1 generalmente associato alla sostituzione generazionale.

Lo Stato ha reagito alla crisi per anni con una quantità crescente di politiche rivolte alla natalità e alla cura dei figli. Nel corso di quasi un ventennio, dal 2006 al 2024, le risorse mobilitate per invertire la rotta hanno superato i 270 miliardi di dollari. La stima, ripresa da Reuters, misura il peso economico di un paradosso: l’aumento progressivo dei sussidi non ha scalfito le ragioni per cui le persone continuano a non fare figli. 

La differenza rispetto a Samsin è solo apparente. La dea prometteva protezione; lo Stato promette condizioni materiali. Entrambi intervengono sullo stesso territorio della vita privata, ma con linguaggi incompatibili. Il primo parla attraverso il rito, il secondo attraverso il bilancio pubblico.

La storia dello sciamanesimo rende però più complicata qualsiasi celebrazione della sua natura femminile. Laurel Kendall, nella sua etnografia Shamans, Housewives, and Other Restless Spirits, pubblicata nel 1985, ha descritto il mondo rituale delle donne coreane osservandolo soprattutto attraverso le mudang e le loro clienti. Il libro resta un riferimento fondamentale per capire il rapporto fra religione domestica, famiglia e donne nella Corea moderna.

Ma proprio la prospettiva di Kendall può essere letta contro una certa versione troppo semplice della storia. Una recensione coeva osservava che alcune delle sue generalizzazioni erano più solide nell’area di Seoul e nel Nord che nel Sud della penisola, e contestava in particolare l’idea che gli sciamani uomini fossero necessariamente figure rare che ritualizzavano in abiti femminili.

Il punto non è correggere una donna con un uomo. È ricordare che la femminilizzazione dello sciamanesimo coreano è anche una storia di potere. Durante il lungo processo di confucianizzazione della società Joseon, le pratiche sciamaniche furono spinte ai margini e associate ai ceti inferiori e alla sfera femminile. Gli uomini disponevano invece di una religione pubblica e socialmente legittimata.

Per questo Samsin non può essere trasformata senza residui in una dea femminista. Le donne non conquistarono semplicemente uno spazio religioso che gli uomini avevano lasciato libero. In parte ereditarono uno spazio prodotto proprio dall’esclusione. La religione domestica divenne femminile anche perché la religione che contava agli occhi del potere – quella ufficiale, riconosciuta – era stata costruita come maschile.

Questa distinzione conta ancora oggi. Il culto di Samsin appartiene a quella che il folklorista Leonard Primiano ha chiamato vernacular religion: la religione così come viene effettivamente vissuta, interpretata e praticata dalle persone, fuori dalla pretesa che esista una forma pura custodita dalle istituzioni. Nel caso coreano, Samsin può sopravvivere senza che nessuno organizzi più un culto sistematico della dea. Sopravvive nei racconti, nella cultura popolare, nei gesti domestici e nell’idea stessa che la nascita abbia bisogno di essere affidata a una protezione particolare.

La sua presenza nella cultura pop contemporanea è significativa proprio per questo. Figure riconducibili a Samsin sono apparse in Goblin, Mystic Pop-up Bar e altre produzioni televisive. Non è necessario che lo spettatore pratichi un rito per riconoscere quella vecchia figura della nonna che presiede alla nascita. Il personaggio può cambiare forma, diventare una presenza narrativa, una citazione o persino una figura comica, senza smettere del tutto di appartenere all’immaginario religioso coreano.

Il passaggio decisivo, allora, è quello dalla religione vernacolare alla biopolitica. Il termine foucaultiano perde forza se usato come ornamento accademico. Serve invece a nominare con precisione un passaggio storico: il momento in cui la vita biologica della popolazione diventa materia di governo. La Corea contemporanea misura nascite, matrimoni, età materna, occupazione femminile e costi della cura. Lo Stato non prega Samsin. Fa qualcosa di più moderno e, in un certo senso, di più invasivo: prova a rendere la fertilità una variabile governabile.

Ma la donna che oggi decide se avere un figlio non vive dentro il mondo simbolico della Samsin. Vive dentro un mercato del lavoro nel quale la maternità può avere un costo professionale, dentro un’economia immobiliare in cui una casa è spesso il prerequisito della famiglia, dentro un sistema educativo estremamente competitivo. Il vecchio linguaggio della benedizione incontra così quello, molto meno rassicurante, del lavoro riproduttivo. Avere un figlio non è soltanto generare una vita. È assumersi una quantità di lavoro che continua a ricadere in modo sproporzionato sulle donne.

La contraddizione coreana è tutta qui. La cultura ha conservato una dea della nascita mentre la società che la eredita ha reso la nascita sempre più costosa. Samsin presiedeva a un evento privato che aveva conseguenze familiari. Lo Stato contemporaneo tratta la stessa scelta come una questione nazionale.