Gwangju, il delitto che la Corea del Sud non può liquidare come un crimine casuale
Dietro il delitto di Gwangju emerge una storia di stalking ignorato, di una donna straniera lasciata sola e di un sistema che non ha fermato niente. Mentre il paese si barrica dietro la paura sociale, il caso mostra quanto la violenza di genere rimanga un affare privato fino a quando non esplode nello spazio pubblico. 👇

Poco dopo mezzanotte, in un vialetto pedonale del quartiere Gwangsan, vicino all’università, Jang Yoon-gi, ventitré anni, ha accoltellato una studentessa di diciassette anni che non aveva mai visto prima. La ragazza stava semplicemente tornando a casa dopo aver studiato. Un altro diciassettenne, attirato dalle urla, è intervenuto tentando di fermarlo. Jang lo ha colpito al collo e alla mano prima di fuggire. La ragazza è morta sul posto. Il ragazzo, invece, è sopravvissuto.
Per alcuni giorni il caso è sembrato destinato a entrare nella lunga sequenza di aggressioni che in Corea del Sud vengono ormai classificate come “random crimes”, crimini casuali. Poi l’inchiesta ha mostrato qualcosa di molto meno casuale: una storia di stalking ignorato, di violenza contro una donna e di segnali che erano stati visti troppo tardi.
Dietro la nebbia delle prime ore, l’inchiesta della polizia ha progressivamente demolito la versione dell’impulso. Jang non era affatto uscito di casa in stato confusionale. Aveva comprato due coltelli dopo aver aggredito sessualmente una collega vietnamita ventenne con cui lavorava saltuariamente. Era ossessionato da lei da tempo. Quando la donna lo aveva respinto, nella notte del 3 maggio lui l’aveva minacciata e aggredita. Poche ore dopo, la donna aveva denunciato lo stalking alla polizia. Poi era fuggita da Gwangju, trasferendosi da parenti a più di duecento chilometri di distanza.
Qui il caso assume un peso politico e sociale molto più ampio. Secondo quanto emerso, la segnalazione non venne trasformata in un’indagine formale. La polizia considerò la situazione sostanzialmente risolta perché la donna aveva deciso di andarsene. In altre parole, l’allontanamento della vittima venne interpretato come una riduzione del rischio. Due giorni dopo, Jang cercava ancora quella donna per le strade di Gwangju. Non trovandola, ha riversato la propria rabbia sulla prima ragazza incontrata sola di notte.
È difficile non leggere in questa sequenza un problema strutturale della Corea del Sud contemporanea. Negli ultimi anni il paese ha approvato leggi più severe contro lo stalking, soprattutto dopo alcuni femminicidi molto mediatizzati. Ma l’applicazione concreta resta discontinua. Molte denunce sono trattate come conflitti personali e non come segnali di escalation violenta. Quando poi la vittima è straniera, la vulnerabilità aumenta ulteriormente. Le lavoratrici migranti del Sud-est asiatico occupano spesso posizioni precarie, hanno reti sociali limitate e diffidano delle istituzioni. Nel caso di Gwangju, la donna vietnamita ha fatto esattamente ciò che i protocolli istituzionali impongono: ha denunciato ed è fuggita. Ma in un sistema che protegge le carte e non i corpi, la sua salvezza è diventata la condanna a morte di qualcun altro.
C’è un elemento quasi crudele in questa dinamica: la donna è spesso punita perché si sottrae. È una logica che attraversa molti ambienti digitali maschili della Corea del Sud contemporanea, dove il rifiuto femminile è spesso reinterpretato come umiliazione personale o provocazione deliberata.
Negli ultimi anni le comunità anti-femministe online, frequentate soprattutto da giovani uomini, hanno contribuito a radicalizzare questo linguaggio. Il lessico degli “incel” coreani, pur con caratteristiche locali, ruota spesso attorno all’idea che le donne abbiano acquisito un potere ingiusto nella società e che il rifiuto romantico sia una forma di esclusione sociale subita dagli uomini.
In questo contesto, l’ossessione di Jang per una collega che aveva deciso di allontanarsi non appare più come una deviazione isolata ma come una forma estrema di un risentimento che online trova continuamente conferme e giustificazioni.
Anche il diciassettenne sopravvissuto all’attacco è finito dentro questa distorsione collettiva. Durante gli interrogatori ha raccontato alla polizia: “Ho sentito urlare ‘aiutatemi’ e il mio corpo si è mosso da solo. Pensavo stessero litigando, poi ho capito”. È una frase semplice, quasi confusa, che restituisce bene la velocità di quei pochi secondi. Il ragazzo non conosceva la vittima. Ha sentito delle urla, si è avvicinato e ha cercato di intervenire. Jang lo ha colpito al collo e alla mano prima di fuggire.
Dopo il ricovero, secondo quanto riportato dai media coreani, il diciassettenne ha mostrato sintomi compatibili con un disturbo post traumatico. Eppure, nei giorni successivi l’hanno preso di mira sui social coreani. Alcuni utenti lo hanno accusato di essere scappato, di aver abbandonato la vittima, di essersi comportato da codardo.La polizia ha aperto procedimenti per diffamazione contro diversi commentatori online.
Tuttavia, mentre il distretto di Gwangsan ha avviato l’iter per riconoscere ufficialmente il ragazzo come “righteous person”, una categoria giuridica usata in Corea per chi interviene mettendo a rischio la propria vita per salvare altri cittadini, la giuria permanente dei social media lo condannava per codardia. È il cortocircuito della Corea contemporanea: lo Stato codifica l’eroismo quando è troppo tardi, la rete lincia i sopravvissuti per intrattenimento.
Il contrasto è notevole. Da una parte istituzioni lente, spesso inefficaci nel prevenire la violenza ma ancora capaci, almeno in questo caso, di ricostruire i fatti e riconoscere il coraggio di un testimone. Dall’altra una giustizia digitale immediata, emotiva, quasi sempre impermeabile alla realtà. Nelle ore successive all’omicidio, prima ancora della divulgazione ufficiale, sui social coreani circolavano già foto e dati personali attribuiti a Jang. Molti commenti si concentravano persino sul suo aspetto fisico, tra insulti e discussioni morbose che hanno indignato parte dell’opinione pubblica.
La polizia di Gwangju ha poi deciso di diffondere ufficialmente identità e volto del sospettato. È la prima volta che accade nella regione per un caso di questo tipo. Anche questa scelta riflette il clima del paese: la richiesta di trasparenza assoluta convive con la paura crescente degli attacchi casuali negli spazi pubblici. Ma il rischio è che l’eccezionalità del mostro finisca per oscurare la catena di omissioni che lo precede.
Cosa sarebbe successo se la denuncia del 3 maggio fosse stata trattata come un’emergenza reale? Se qualcuno avesse considerato quella donna il centro di un pericolo imminente e non una persona “già al sicuro” perché in fuga?
Davanti ai giornalisti, mentre stava per essere trasferito alla procura, Jang Yun-gi ha pronunciato due volte la stessa frase: “Mi dispiace”. Non ha consegnato alcuna dichiarazione scritta.Le immagini mostrano un volto immobile, quasi svuotato. In Corea del Sud quelle parole sono già entrate nel ciclo mediatico della colpa individuale. Ma forse la domanda più inquietante riguarda tutto ciò che è successo prima che venissero pronunciate.
