“Buio in sala” di Jung-myung Lee. Il cinema come specchio di una nazione.

Lee: per capire la Corea del Sud, non bisogna guardare i dati del PIL, ma le reazioni del pubblico nel buio di un cinema.
Il libro attraversa le epoche -dall’occupazione giapponese alla guerra, fino alle dittature militari – mostrando come ogni fotogramma proiettato fosse un mattone nella costruzione dell’identità nazionale.
Dopo la fine della Guerra di Corea nel 1953, il Paese era uno dei più poveri al mondo. “Se avessi camminato per le strade di Seoul allora, avresti visto solo macerie”(cit. Lee). Ma è qui che inizia la rivoluzione: sotto regimi autoritari ma ossessionati dalla crescita, la Corea ha vissuto un’industrializzazione forzata e rapidissima.

Dalla ceneri al “miracolo del fiume Han” la svolta è stata in un attimo. Il motore del cambiamento è dovuto ad un’ etica del lavoro quasi militare ed un investimento massiccio nell’istruzione. Nel frattempo interi villaggi rurali sono scomparsi per far posto a grattacieli e fabbriche di semiconduttori.
Inoltre l’ombra dell’Occidente ha fatto da catalizzatore di un “cortocircuito culturale”. L’influenza occidentale, portata principalmente dalla presenza militare statunitense dopo il 1945, ha contribuito in quel “sogno americano” che tutt’oggi pervade la cultura coreana.

il “buio in sala” era il luogo dove i coreani potevano sognare un mondo diverso, guardando i film di Hollywood.
Jazz, chewing-gum e jeans non erano solo oggetti, ma simboli di libertà e modernità.
Le prime “stelle” coreane si esibivano per le truppe USA, imparando ritmi e armonie che decenni dopo avrebbero dato vita al K-Pop e agli “Idol”.
Nel libro non si parla solo di film, ma di come il cinema abbia influenzato la moda, il linguaggio e persino i desideri erotici e politici di un popolo.
Se l’Occidente ha esportato il capitalismo, ha anche portato i semi del pensiero liberale che hanno alimentato le sanguinose, ma vittoriose, proteste studentesche per la democrazia negli anni ’80.
Il libro è uno spaccato del cambiamento, in cui spiega i meccanismi e gli ingranaggi che hanno reso la Corea del Sud da un lato un paese legato alle tradizioni e al confucianesimo, dall’altro lato libero di sperimentare una nuova versione di se stesso.

Oggi la Corea non è più solo una spettatrice nel “buio in sala”. È lei che dirige il film. Ha preso i codici estetici dell’Occidente e li ha resi universali, diventando lo specchio in cui anche noi oggi ci guardiamo. Basti pensare ai kdrama ormai globalizzati.
La vera rivoluzione non è stata la semplice “occidentalizzazione”, ma la capacità di masticare la cultura globale e risputarla fuori in una versione coreana migliorata, più lucida e più intensa.
È la storia di come una cultura “periferica” abbia imparato a parlare la lingua universale del cinema per poi dominare i festival di tutto il mondo (da Cannes agli Oscar).
Nel libro l’autore invita ad una riflessione più profondo e molto attuale: “Qual’è il prezzo da pagare”?
Jung-Myung Lee non nasconde le cicatrici di questo cambiamento. La Corea del Sud oggi è una società ad altissima pressione, dove il successo è l’unico parametro accettato. Il passaggio dal confucianesimo tradizionale all’individualismo capitalista occidentale ha creato un divario generazionale immenso.
“Siamo passati dal non avere nulla al voler avere tutto, senza avere il tempo di chiederci chi fossimo diventati nel mentre.”
