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Biennale di Venezia: polemica tra arte e politica

La Commissione europea ha revocato un finanziamento di 2 milioni di euro destinato alla Fondazione La Biennale di Venezia. La decisione arriva dopo la riapertura, nel 2026, del Padiglione della Federazione Russa.

Immagine generata con IA

La Biennale di Venezia è una tra le più antiche esposizioni di arte contemporanea al mondo dal 1895. Essa rappresenta un luogo universalmente accettato dove gli stati espongono attraverso padiglioni nazionali. Per questo, è considerata una delle più importanti manifestazioni di diplomazia culturale internazionale.

Eppure, dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2022, la Russia si ritira dalla Biennale contrariando molti artisti russi che prendono le distanze dal governo. Ad oggi, il presedente Pietrangelo Buttafuoco decide di riaprire il padiglione russo, e la motivazione è quasi elementare.

La Biennale, secondo Buttafuoco, dovrebbe essere uno spazio di convivenza per l’intero pianeta, dove non esiste alcuna censura culturale. Ciononostante, la Commissione Europea sostiene tali eventi dovrebbero essere finanziati con fondi pubblici che promuovano valori come democrazia e pluralismo.

Valori che, secondo Bruxelles, non sono oggi rispettati dalla Federazione Russa. Inoltre, il Governo Italiano aveva già espresso la propria opposizione riguardo la riapertura del padiglione russo e parte della giuria internazionale si è dimessa.

Si apre quindi una riflessione quasi secolare: l’arte è davvero libera? È possibile considerarla un’espediente in grado di realizzare uno spazio pubblico di confronto? Ma il caso della Biennale di Venezia non è un episodio isolato.

La storia è sempre stata testimone di come gli eventi internazionali culturali e/o sportivi sono stati più volte al centro di polemiche e tensioni geopolitiche. Ogni volta che una guerra, una violazione dei diritti o una crisi diplomatica irrompe sulla scenda mondiale è sempre un problema.

Basti pensare alla clamorosa apartheid in Sudafrica. Negli anni Sessanta, la comunità internazionale aveva avviato un isolamento progressivo del paese che aveva coinvolto anche cultura e sport. Il Comitato Olimpico Internazionale aveva sospeso il Sudafrica nel 1964 per le sue politiche razziali. La conseguente esclusione del paese era arrivata nel 1970, per poi essere riammesso nel 1992 con la fine dell’apartheid.

Anche la Biennale di Venezia ha in seno una tormentata storia intrecciata con il versante politico. Durante il ventennio fascista, l’esposizione artistica si era trasformata in un mero strumento di prestigio nazionale, ma soprattutto di propaganda. La Biennale era entrata ufficialmente nel progetto di modernità ed egemonia italiana promosso dal regime.

L’arte, in questo contesto, non era solo concepita come espressione creativa, ma era anche un mezzo fondamentale attraverso il quale era possibile ricercare consenso e rafforzare l’immagine dello stato sulla scena internazionale.

Una vicenda simile: l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Festival internazionali come Cannes, Berlino e Venezia hanno preso misure volte ad escludere le delegazioni russe, pur evitando di colpire indistintamente gli artisti indipendenti. E’ proprio questo il fulcro del dibattito.

Da una parte la volontà di non cedere ulteriore visibilità ad azioni considerate espressione di potere politico. Dall’altra la necessità di preservare i diritti e la libertà di tutti quegli artisti che prendono pubblicamente le distanze dalle decisioni del proprio governo.

Caso analogo quello dell’Eurovision, sempre nel 2022, e sempre riguardante il conflitto russo-ucraino. Questi esempi dimostrano come la cultura, pur aspirando ad essere universalmente neutrale, non può prescindere dalle dinamiche storiche concorrenti.

E’, dunque, fondamentale ammettere che la controversia legata alla Biennale di Venezia riguarda soprattutto il ruolo stesso delle istituzioni culturali nel mondo contemporaneo. Il punto non è tanto se la Russia possa partecipare o meno all’esposizione artistica.

Piuttosto, bisogna capire chi ha l’autorità di stabilire quando un’istituzione culturale smette di essere uno spazio dedicato all’arte e diventa un soggetto politico. Ma allora l’arte può continuare ad essere un sentiero che collega i popoli anche quando i rapporti internazionali sono interrotti da tragedie, guerre e violazioni dei diritti umani?

Purtroppo il caso veneziano non ci offre una risposta definitiva. Mette però in luce uno degli obiettivi cardini della cultura contemporanea: continuare ad essere uno spazio spoglio di nazionalità, dove poter confrontarsi senza dover rinunciare ai valori che ne sono alla base.

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