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Bamberelle, dalla cucina ai social: intervista al creator che racconta la Corea in Italia

Creator, ristoratore e ambasciatore della Corea: durante la terza edizione del Lucky K-Day, Bamberelle ci racconta in esclusiva come i social e il cibo stanno facendo conoscere la sua cultura agli italiani. 👇

Due anni e mezzo fa, quando ha aperto il suo ristorante coreano a Milano, non immaginava che sarebbe diventato uno dei volti più riconoscibili della divulgazione culturale coreana in Italia. Eppure oggi Cho Hang-bin, conosciuto online come Bamberelle, è molto più di un ristoratore: è un ponte tra due mondi, costruito a colpi di video, piatti tradizionali e identità rivendicata.

Il suo ingresso sui social nasce quasi per caso, con un obiettivo pratico.“Avevo sempre lavorato nella ristorazione e volevo aprire un locale mio. Così, quando è nato Lee’s Bikiki, che ho aperto insieme a mia madre, ho deciso di aprire anche i social per pubblicizzarlo, racconta. A 27 anni, senza un formato preciso né una strategia definita, si è messo in gioco. Il risultato? Una crescita rapida e inattesa. “I numeri hanno iniziato a salire quasi subito. Mi sono divertito e ho continuato”.

Il Lee’s Bikiki, oggi punto di riferimento per chi vuole scoprire la cucina coreana a Milano, porta già nel nome la sua identità. È un acronimo di tre piatti simbolo: bibimbap, kimbap e kimchi. Una scelta semplice ma efficace, che racchiude l’essenza della tradizione culinaria coreana e la rende immediatamente riconoscibile. “Suonava bene, e poi c’è la‘k’ che ritorna sempre nelle parole coreane”, ci spiega Hang-bin.

Dietro la sua visione della cucina coreana, però, c’è soprattutto la figura di sua madre, chef e microbiologa, una presenza fondamentale nella sua formazione. Gran parte di quello che sa sulla cucina lo deve proprio a lei, che negli anni ha unito scienza e tradizione culinaria.

La microbiologia, infatti, è alla base di molte preparazioni coreane, soprattutto per quanto riguarda le fermentazioni. È un approccio che sua madre ha sempre applicato in cucina, studiando i processi fermentativi e utilizzandoli in modo consapevole per lavorare su sapori, conservazione e qualità degli alimenti.

Un metodo che unisce ricerca scientifica e tradizione gastronomica, e che ha influenzato profondamente anche il suo modo di vedere la cucina coreana: non solo ricette, ma cultura, studio e trasformazione del cibo nel tempo.

Ma il progetto di Bamberelle va oltre il ristorante. L’obiettivo è chiaro: diffondere la cultura coreana in Italia, soprattutto attraverso il cibo. Un’eredità familiare, prima ancora che personale. “È sempre stato il sogno di mia madre e della mia famiglia. Io ho raccolto questa cosa e la sto portando avanti”. In un panorama già affollato da musica e serie TV, la cucina diventa così uno strumento distintivo di racconto culturale.

Eppure, se si parla di impatto, il primato spetta alla musica. “I dati lo confermano: il K-pop è ciò che avvicina di più gli italiani alla cultura coreana”. Subito dopo arrivano i k-drama, e solo in terza posizione il cibo. Un dato che non sorprende, ma che evidenzia quanto la cosiddetta “onda coreana” sia partita dall’intrattenimento per poi espandersi ad altri ambiti.

Negli ultimi anni, questa crescita è diventata sempre più visibile anche nella vita quotidiana. Bamberelle lo racconta attraverso un’esperienza personale, semplice ma significativa: il modo in cui viene identificato per strada. “Prima mi davano sempre per cinese o giapponese. Nessuno pensava fossi coreano. Oggi, invece, qualcosa è cambiato. “Adesso mi chiedono se sono coreano. E per me è un riconoscimento”.

Un cambiamento che va oltre la percezione individuale e racconta un’evoluzione culturale più ampia. “Vuol dire che la Corea si è fatta conoscere nel mondo. Non basta una persona sola, è un movimento che deve partire anche dallo Stato”. Una consapevolezza che si traduce in fiducia per il futuro, anche in contesti meno esposti come il Sud Italia.

Se Milano è stata il primo laboratorio di questa trasformazione, grazie al suo carattere internazionale, il resto del Paese segue con tempi diversi. “Negli ultimi cinque anni si è visto un cambiamento enorme, soprattutto dal 2019 in poi, e ancora di più dopo il Covid”. Al Sud, ammette, il processo è più lento, ma inevitabile. “Arriverà anche qui, con i suoi tempi”.

Ed è proprio lì che Hang-bin guarda ora, tra eventi, incontri e nuove occasioni di scambio. La sua presenza in Sicilia ne è la prova: la cultura coreana non è più un fenomeno di nicchia, ma un racconto in espansione.

In fondo, la storia di Bamberelle è quella di una doppia appartenenza che trova finalmente spazio. Tra una ricetta e un video, tra Milano e il resto d’Italia, il suo percorso racconta qualcosa di più ampio: il momento in cui una cultura smette di essere “diversa” e inizia a essere riconosciuta. Non per somiglianza, ma per ciò che è davvero.