Unabomber – Il killer ‘saggista’ che scioccò l’America
A trent’anni dalla cattura, l’unabomber americano fa ancora discutere.

La Rivoluzione Industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Dall’avvento della società tecnologica, la libertà individuale ha conosciuto delle limitazioni sempre più forti. Per riottenere libertà bisogna rompere il sistema, non basta riformarlo.”
Per 17 lunghi anni è stato poco più che un fantasma.
Nessun volto, nessun nome, nessuna rivendicazione. Solo dei misteriosi pacchi di legno grezzo che esplodevano tra università, aeroporti ed ospedali. Tre le vittime, oltre venti i feriti. Diverse le ipotesi, nessuno che riuscisse a capire il motivo di quello che stava accadendo.
Una scia di morte e terrore attraversò gli Stati Uniti, portando con sé un’angosciante domanda: chi era che si celava dietro quella serie di attacchi all’apparenza privi di senso?
Solo nel 1995 il mistero sull’identità del killer invisibile sarebbe arrivato al punto di svolta: quando la polizia si rese conto di non dover dare la caccia ad un pazzo qualunque.
Il mondo lo aveva già conosciuto con il soprannome – rivelatosi assai fortunato mediaticamente – che gli aveva dato la stampa americana: Unabomber (da ‘University and airport bombing’). Letteralmente, un ‘bombarolo’, in Italia lo si sarebbe chiamato così.
Già, perché nella vita il famigerato Unabomber – al secolo Theodore Kaczynski(1942-2023) – sarebbe potuto diventare tante cose, tendenzialmente tutte positive: un matematico di fama mondiale, un brillante accademico, uno di quei nomi di prestigio che si trovano sulle riviste scientifiche.
Diverse scelte, diverse strade, diversi futuri possibili.
Eppure Theodore di strada ne scelse un’altra.
E non portava a nessuno di quei luminosi scenari che il suo genio gli avrebbe permesso di costruirsi, ma ad una baita senza luce né acqua in mezzo ai boschi del Montana, e ad un piccolo, consumato tavolo da lavoro.
Altro non era che la rudimentale ‘officina’ delle sedici bombe artigianali costruite e spedite nell’arco di quei terribili 17 anni.
Fu lì che Kaczynski venne infine scoperto, il 3 Aprile del 1996: a diciassette anni e dieci mesi esatti di distanza dal primo attentato.
Per arrivare a lui, l’FBI aveva dovuto creare una divisione interna che fosse dedicata soltanto alla sua cattura (la ‘UNABOM Division’, mutuando dal nome già in voga, coniato dai giornali per identificarlo).
Sul finire degli anni ’80 ebbe inizio una caccia senza quartiere per cui non si badò a spese: più di 150 agenti impiegati a tempo pieno per il solo scopo, indagini che, si stima, costarono oltre 50 milioni di dollari e produssero una delle più grandi distribuzioni di identikit mai realizzate nella storia americana.
Gli sforzi profusi furono enormi. Tuttavia, per quasi un decennio il vero nome di Unabomber rimase nell’ombra. E chissà quanto altro tempo ci sarebbe voluto se non fosse stato lo stesso Ted a venire allo scoperto. Ma per quale motivo lo fece? E in che modo?
Per scoprirlo bisogna fare un passo indietro, e tornare all’anno precedente alla cattura.
LA SVOLTA

Era il ’95 e la polizia era piuttosto stanca.
Stanca di inseguire un fantasma. Stanca delle false piste. Stanca di dover brancolare nel buio da troppo tempo, senza aver racimolato uno straccio di prova che la avvicinasse al misterioso attentatore, senza che neppure se ne fosse afferrato il movente.
La stanchezza delle autorità era arrivata ad un punto tale che in ambienti federali si cominciava a vociferare che la monumentale task force eretta dieci anni prima potesse perfino venire sciolta, davanti alla conclamata difficoltà nel mettere le mani su Unabomber, ormai divenuto lo spauracchio nazionale.
Ma nella primavera di quell’anno accadde una cosa imprevista, che avrebbe sparigliato le carte in tavola.
Una mattina, alle redazioni di New York Times e Washington Post venne recapitata la stessa lettera, ovviamente in forma anonima. Dentro non c’era una rivendicazione di quanto già avvenuto, ma quello che a chiare lettere appariva come un ultimatum.
Ho con me un manoscritto di 35.000 parole che spiega perché la società industriale deve essere distrutta. Lo chiamerò ‘La società industriale e il suo futuro’. Se lo pubblicherete, smetterò di uccidere. Se non lo pubblicherete, farò esplodere un aereo di linea in partenza da Los Angeles.”
Com’era prevedibile, negli uffici dell’FBI scattò una certa fibrillazione. Per la prima volta in oltre un decennio di indagini c’era un messaggio da prendere in esame, ma la sua lettura faceva emergere il primo grande dilemma di quella storia: cosa fare quando è l’assassino in persona a reclamare uno spazio?
In fretta e furia a Washington si riunì un tavolo ristretto. Da una parte sedeva Louis Freeh, allora direttore dell’FBI, dall’altra Janet Reno, Procuratrice Generale. Il caso imponeva un’attenta riflessione ed il ragionamento fu spietatamente pragmatico: a loro conoscenza, quel manoscritto era il testo più lungo che Unabomber avesse mai redatto.
Era una chance, anche insperata. Andava colta.
Renderlo di dominio pubblico, come richiesto, avrebbe potuto aumentare le possibilità che qualcuno ne riconoscesse lo stile, le frasi fatte, le ossessioni racchiuse nelle parole che aveva utilizzato. Era come essersi ritrovati tra le mani una sorta di impronta digitale linguistica in attesa di venire decifrata.
Contestualmente, nelle redazioni dei due giornali raggiunti dalla missiva si svolgevano riunioni di natura opposta. Pubblicare qualcosa sotto il ricatto di qualcuno avrebbe comportato la violazione di una delle regole non scritte del giornalismo: mai negoziare con chi minaccia, mai concedere una tribuna a chi è disposto a uccidere pur di ottenerla.
Alla fine vinsero entrambe le logiche, per motivi diversi. Il 19 Settembre del 1995 il Washington Post fece stampare quel testo, inserendolo come supplemento speciale all’edizione del giorno. Otto pagine fitte, senza pubblicità intorno.
In prima pagina, in alto, un editoriale che ancora oggi rappresenta la chiave etico-morale di tutta la vicenda.
Abbiamo deciso di pubblicare non perché condividiamo queste idee, ma perché crediamo che la sicurezza pubblica possa dipendere da questo.”
Non un atto di condivisione ideologica, ma una scelta, pesante, seria, di responsabile. L’esca era stata lanciata, faceva tutto parte del piano.
E funzionò. Eccome se funzionò. Ma in una maniera assai diversa da come l’avevano immaginata i federali.
Perché a riconoscere l’autore di quel testo non fu un ex professore di Berkeley. Non lo riconobbe un vecchio collega matematico, ma una donna, Linda Patrik, una casalinga di Schenectady(New York) che come ogni mattina stava leggendo il giornale a tavola.
Fu notando un passaggio su come gli attivisti di sinistra usassero le cause sociali per sfogare un bisogno di potere che una lampadina le si accese in mente: era un qualcosa che suonava familiare. Guardò suo marito, che di nome faceva David Kaczynski, e gli disse: “Questo sembra proprio scritto da tuo fratello Ted”.
David impiegò diverse settimane per convincersi che, sì, sua moglie poteva avere ragione: le coincidenze erano parecchie. Faceva freneticamente su e giù per la casa, rileggeva di continuo, confrontava le parole contenute in quel saggio con lettere di vent’anni prima vergate da Theodore.
Già, le parole, e le idee che esprimevano, suonavano sinistramente simili ad un discorso che aveva più volte sentito per bocca del fratello: una critica radicale, durissima, alla società tecnologica e all’idea di ‘progresso’. Stesso linguaggio, stessa feroce ostinazione, stesso grado di avversione rispetto alla modernità.
I punti di contatto tra il manifesto apparso sul Washington Post e quel che aveva potuto recuperare delle lettere di famiglia erano lampanti e numerosi. Troppi, ragionevolmente, per pensare che si trattasse di un mero caso.
Erano indizi.
Eppure David era lacerato dal dubbio e dal senso di colpa che ne derivava: se si fosse sbagliato, avrebbe ingiustamente messo Ted nei guai, se avesse avuto ragione, senza segnalarlo alle autorità, si sarebbe reso complice morale nel coprire l’identità di un terrorista. Per non tacere del rischio che la catena degli attentati potesse allungarsi.
Ci vollero mesi prima che Kaczynski jr. si decidesse a fare la sua mossa. Imbeccato dalla moglie, non andò direttamente alla polizia. Si mise in contatto con un avvocato, il Dr.Tony Bisceglie, al quale affidò tutto il materiale scritto disponibile. In cuor suo sapeva che si trattava proprio di Theodore, ma voleva una ulteriore conferma.
L’avvocato mise a confronto il manifesto con le vecchie lettere di Ted alla famiglia(quasi tutte risalenti agli anni ’70). Gli investigatori avevano già notato che Unabomber usava espressioni ricorrenti e Bisceglie di corrispondenze nella scrittura ne trovò a decine.
Una frase in particolare – “Non si può fare un’eccezione per i logici dalla testa fredda”(cool-headed logicians, nell’originale inglese) risultava stranissima e David giurava di averla già vista in una lettera inviatagli da Ted molti anni prima.
Insomma, molto combaciava, se non tutto. Si scelse di battere ancora la via dell’anonimato. L’avvocato si rivolse all’FBI per il tramite di un intermediario, limitandosi a dire: “Ho un cliente convinto che l’Unabomber sia suo fratello e queste sono le prove”.
Prima di procedere, due furono le garanzie richieste: niente pena di morte e massimo riserbo.
I federali capirono subito che era davvero lui. Dal confronto tra il saggio del ’95 e alcuni articoli accademici firmati da un giovane Ted al tempo della sua docenza di matematica a Berkeley(1969) apparve evidente l’ossessione per certi temi e formulazioni linguistiche. Non c’erano più dubbi: il minaccioso ‘saggista’ comparso sul Post aveva un nome ed un cognome.
A quel punto, individuare il luogo in cui si nascondeva il vero Unabomber non sarebbe stato così difficile.
Perché Theodore Kaczynski aveva preso le distanze dalla società, ma non era scomparso nel nulla.
Era scomparso per tutti, meno che per i parenti più stretti. Dopo aver lasciato l’incarico di professore universitario, in aperta ostilità verso quel mondo, si era comprato con pochi soldi un piccolo terreno di 1,4 acri nel freddo Montana e ci aveva costruito una capanna di 3×3 metri senza luce, acqua corrente né riscaldamento.
Da vent’anni anni viveva lì, isolato nel mezzo della foresta, e la famiglia lo sapeva. Nel messaggio all’avvocato, oltre alle lettere, David aveva riportato un’indicazione del posto in cui verosimilmente potesse trovarsi il fratello: da qualche parte nei dintorni della cittadina di Lincoln, contea di Lewis e Clarke.
Per la cattura solo questione di tempo. Setacciata la zona, individuato l’obiettivo. Il 3 Aprile ’96 il cerchio si strinse. Su mandato federale, gli agenti tornarono sul luogo, circondarono la baita e intimarono all’occupante di venirne fuori. A Theodore non rimase che consegnarsi.
Quella che per un ventennio era stata la ‘casa’ del terribile Unabomber venne perquisita. Dentro quei dieci metri quadrati c’era tutto ciò che aveva tenuto sotto scacco l’intero paese: la macchina da scrivere, un ordigno già pronto nel suo involucro di legno, ritagli di giornale appesi alle pareti e un diario, sulla cui prima pagina campeggiava una scritta.
Era un titolo: “La società industriale e il suo futuro”.

Copertina: immagine generata con IA
