La riforma della giustizia, dalla separazione delle carriere agli scontri con la magistratura
Il Senato ha approvato la riforma della giustizia che prevede la tanto discussa separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e magistrati requirenti (pubblici ministeri). Nello specifico la riforma mira all’introduzione di due concorsi diversi per entrambe le categorie, la rimozione della possibilità di passare da una carriera all’altra e l’istituzione di due CSM distinti. Ferma critica dalle opposizioni che denunciano l’inadeguatezza della riforma rispetto alle necessità della giustizia in Italia e i pericoli che un intervento del genere creerebbe rispetto all’indipendenza dei giudici dalla politica e nei confronti dell’unità giurisdizionale attuale.
Il rapporto governo-magistratura
L’intervento proposto dal governo e approvato dal Senato si inserisce in un clima di attrito tra lo stesso esecutivo e la già citata magistratura. Diversi sono stati i motivi di scontro che nel tempo hanno visto coinvolti vari Ministri su molteplici ambiti e la magistratura insieme alle Corti. In ogni caso proprio la riforma portata avanti dal Ministro Carlo Nordio è oggi il punto centrale del conflitto.
Gli attriti tra i due poteri dello Stato sono ormai entrati a pieno nella storia del nostro Paese. Dagli anni ’90 in poi, da dopo il caso “Mani pulite”, si è venuto ad alimentare uno scontro sempre più acceso del quale Silvio Berlusconi prima e il suo partito poi si sono fatti portavoce. Se da una parte il governo accusa la magistratura di continui abusi del potere giudiziario rispetto alle questioni puramente di stampo politico, i giudici gridano al tentativo del governo di ricondurre l’azione giudiziaria al controllo politico.

Lo scenario attuale senza la separazione delle carriere
Attualmente giudici giudicanti e requirenti (PM), per giungere a questi ruoli, partecipano ad un unico concorso. Una volta superato entrambi vengono a rientrare nel corpo unico della magistratura. Entrambi poi possono seguire una carriera unitaria, potendo passare da un ruolo all’altro. Su questo punto bisogna ricordare il recente intervento della riforma Cartabia che aveva limitato tale facoltà esclusivamente ad un solo passaggio. In ogni caso sia i giudici che i pubblici ministeri sono governati da un unico CSM.
Quali sono gli obiettivi della riforma?
L’intervento della riforma Nordio si muove nella prospettiva di realizzare “una giustizia più equa, efficiente e imparziale”. Per arrivare a ciò l’idea risulta essere quella di operare la summenzionata separazione delle carriere, riformare il CSM e riordinare l’azione penale.
Sul primo punto il governo afferma l’intenzione di “garantire la terzietà del giudice”, operando una netta differenziazione tra chi ha il ruolo di giudicare e chi invece quello di accusare. Tutto ciò sarebbe una forma in più di tutela nei confronti dell’imputato e contrasterebbe, almeno sulla carta, il rischio di commistioni.
Per quanto riguarda invece la volontà di riformare il Consiglio Supremo della Magistratura, l’obiettivo sarebbe quello di annullare o comunque ridurre l’incidenza delle possibili corrente interne all’organo, volandolo rendere maggiormente trasparente. In quest’ottica si andrebbero ad istituire due CSM tra loro autonomi, con una maggiore composizione laica e con nuove regole per le rispettive nomine.
Altro obiettivo è poi riordinare l’azione penale (cioè l’avvio del procedimento da parte del P.M.) La riforma manterrebbe obbligatorietà dell’azione ma organizzata su nuovi criteri individuati o dal Parlamento o dal Ministero della Giustizia. La logica sarebbe quella di “evitare che alcuni reati vengano perseguiti con eccessiva discrezionalità e garantire una giustizia uniforme su tutto il territorio”.
Le perplessità dell’opposizione
La riforma della giustizia portata avanti dal governo Meloni trova però la ferma contestazione sia dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati, il principale sindacato delle toghe) e quella delle opposizioni. La doppia critica si base da un lato su un intervento incapace di rispondere alle vere necessità della giustizia nel nostro Paese, dalla durata dei processi, alle risorse insufficienti, passando dalla necessità di ampliare il numero degli operatori e dall’altro sui possibili danni nei confronti dell’equilibrio costituzionale.
In primis viene quindi contestata l’indipendenza del Pubblico Ministero, il quale potrebbe essere maggiormente soggetto al potere politico in base a maggior facoltà di nomina del governo e alla fissazione da parte della stessa politica dei criteri circa la propria azione. Per quanto riguarda l’aspetto del disegno del Costituente, la riforma andrebbe a toccare e modificare alcuni articoli chiave della nostra Costituzione, alterando quindi l’equilibrio fra poteri sui quali si fonda la nostra legislazione.
