Parlare con chi non c’è più, quando il lutto diventa digitale
Cosa accade nella mente di una persona che non riesce a superare un lutto? Quanto ne sappiamo del grottesco mercato delle identità digitali dei defunti? Il confine tra memoria e simulazione si fa sempre più sottile.

E se fosse ancora possibile parlare con qualcuno che abbiamo perso? Se, dietro lo schermo di uno smartphone, una voce familiare potesse rispondere alle nostre domande, ricordare un episodio della nostra infanzia o pronunciare ancora una volta quelle parole che avremmo voluto sentire un’ultima volta?
Fino a qualche anno fa, una possibilità simile apparteneva soprattutto alla fantascienza. Oggi, l’intelligenza artificiale sta trasformando questa immaginazione in un servizio potenzialmente accessibile, aprendo le porte a un mercato tanto affascinante quanto controverso: quello delle identità digitali dei defunti.
Fotografie, messaggi vocali, video, conversazioni private e contenuti pubblicati sui social possono diventare il materiale con cui addestrare sistemi capaci di riprodurre il linguaggio, la voce e alcuni tratti della personalità di una persona scomparsa. Ricostruirne, cioè, una rappresentazione artificiale abbastanza convincente da alimentare l’impressione di trovarsi ancora davanti a quella persona per poter superare un lutto.
Il fenomeno viene spesso associato al concetto di grief tech, espressione che indica l’impiego delle tecnologie digitali per accompagnare, elaborare o rielaborare il lutto. Alcuni servizi permettono di creare chatbot ispirati a persone scomparse, mentre altri promettono di riprodurne la voce o di generare avatar capaci di sostenere conversazioni.
Più tracce digitali lasciamo durante la nostra vita, più materiale potrà essere utilizzato per ricostruire una versione virtuale di noi stessi. I messaggi inviati agli amici, le frasi ripetute, il tono della voce, le fotografie e i racconti condivisi diventano frammenti di un’identità che può sopravvivere alla morte biologica.
Chi utilizza questi strumenti può trovare conforto nella possibilità di rivolgere ancora una domanda a un genitore, ascoltare la voce di un partner o conservare una parvenza di dialogo con qualcuno che non c’è più, attenuando il dolore di un lutto. Per altre persone, invece, la stessa esperienza rischia di rendere più difficile accettare l’assenza, alimentando l’illusione che la relazione possa continuare senza trasformarsi.
Il problema non è soltanto ciò che la tecnologia è in grado di fare, ma ciò che può significare per chi la utilizza. Una risposta generata da un algoritmo può sembrare autentica, soprattutto quando riproduce con precisione il modo di parlare di qualcuno che abbiamo amato. Eppure dietro quelle parole non c’è necessariamente un ricordo condiviso, un’intenzione o una coscienza. C’è un sistema che produce risposte sulla base dei dati a disposizione.
Qualcuno probabilmente ricorderà un particolare episodio dell’omonima serie tv “Black Mirror” dove è stato esplorato proprio questo tema. Nell’episodio “Be Right Back“, Martha perde improvvisamente il compagno Ash. Incapace di accettare la sua assenza, si affida ad un servizio tecnologico capace di ricostruire la personalità attraverso i contenuti digitali lasciati in rete.
Quello che inizialmente si presenta come uno scambio di messaggi si evolve gradualmente in una simulazione vocale, fino a concretizzarsi in un corpo artificiale che riproduce fedelmente e in maniera inquietante le sembianze dell’uomo scomparso. Quella che sembra un’opportunità per attenuare il dolore si rivela, poco alla volta, un’esperienza profondamente ambigua.
Quella creatura artificiale conosce le abitudini di Ash, ne imita la voce e riproduce i suoi gesti, ma resta incapace di restituire pienamente la complessità della persona che Martha ha amato. Per quanto somigliante, non è Ash. E’ una ricostruzione elaborata a partire dalle tracce della sua esistenza, una presenza artificiale che ne conserva l’apparenza senza poterne restituire l’autenticità.
L’episodio solleva una questione che, con l’evoluzione delle tecnologie digitali, appare sempre meno confinata alla fantascienza. Fino a che punto il desiderio di mantenere in vita il ricordo di qualcuno può spingersi senza trasformarsi nel tentativo di negarne la scomparsa?
Più una simulazione diventa convincente, più si assottiglia il confine tra memoria e illusione. Tra ciò che una persona è stata e ciò che la tecnologia riesce a riprodurre. Dietro ogni voce ricreata e ogni risposta generata, rimane una verità impossibile da cancellare: nella realtà non possiamo riportare in vita qualcuno che è venuto a mancare.
