Polifemo: da Omero ad oggi
Questa sera si terrà preso il Palazzo della Cultura l’ultima rappresentazione classica della campagna MIToff e l’argomento sarà Polifemo.
Quale è però l’origine del personaggio e soprattutto in che storie è protagonista oltre alla nota vicenda omerica?

Chi sono i ciclopi e chi è Polifemo
I ciclopi erano degli esseri mitologici di grandi dimensioni caratterizzati dall’avere un solo occhio al centro della testa. Le loro principali attività cambiano nella tradizione tra artigianato e semplice pastorizia ma, attraverso la visione omerica, si è accentuato il loro carattere mostruoso di creature dedite anche alla antropofagia. Secondo le Teogonia esiodea, i primi ciclopi nacquero dall’unione di Urano e Gaia ma oggetto dell’analisi sarà Polifemo appartenente alla seconda generazione e figlio del dio del mare Poseidone.
Il suo nome deriva dall’unione di πολύς e φήμη e potrebbe essere tradotto con “colui che ha molta fama” oppure “dalla grande voce”.

La vicenda omerica
Il primo pensiero che viene alla mente nel citare Polifemo è sicuramente la famosa scena del libro IX dell’Odissea
La vicenda è la seguente:
Odisseo e i suoi compagni giungono presso l’isola del Ciclope Polifemo e chiedono lui accoglienza, secondo quello che era uno dei motivi cardine della grecità: l’ospitalità.
Il Ciclope è però un personaggio che non vive seguendo virtù bensì solo i meri piaceri del corpo e decide allora di far entrare i naufraghi con l’unico obiettivo di mangiarli.
Odisseo riuscì a sfuggire dal suo attacco e, per mezzo di un bastone infuocato, lo accecò. Prima di ciò, fece, però, ubriacare Polifemo dicendogli che il suo nome era Nessuno. Attraverso questo espediente Odisseo e i superstiti riuscirono a fuggire senza difficoltà poiché all’urlo Nessuno mi ha accecato chiunque nella zona credette nella follia improvvisa di Polifemo.
Nonostante ciò, il Ciclope inseguì alla cieca i suoi nemici scagliando loro due grosse pietre che vengono oggi identificate nei faraglioni di Aci Trezza.
La sicurezza dell’eroe lo porterà a rivelare alla fine il suo vero nome provocando così la futura ira del dio Poseidone, padre della creatura, che renderà il suo ritorno a Itaca ancor più complesso.

Il dramma di Euripide
Questa storia è stata ripresa anche da uno dei più grandi autori tragici della tradizione greca come Euripide ma nella versione di dramma satiresco.
Si trattava di una piccola appendice che ogni autore durante un agone doveva aggiungere alle tre tragedie antecedenti così da alleggerire il peso di queste ultime.
Il Ciclope è l’unico dramma satiresco che ci è giunto per intero e racconta una versione molto simile a quella omerica. La novità, derivante dalla sua forma teatrale, è la presenza di un Coro composto dai Satiri guidati da Sileno che aggiungere maggior comicità. Essi, infatti, sono prigionieri del Ciclope e si accordano con Odisseo per aiutarlo, salvo poi rifiutarsi per la paura rimanendo solo in disparte a incitare.
In questa versione viene data ancor più risalto al vino, elemento che si lega dapprima al Coro e poi, soprattuto, a Dioniso, rendendolo quest’ultimo il vero vincitore del dramma.
Nonostante la vena comica il significato non cambia: la razionalità umana di Odisseo vince sulla irrazionalità e inumanità di Polifemo.

L’amore per Galatea tra Teocrito e Ovidio
La figura di Polifemo non viene però relegata soltanto alla tradizione omerica bensì vede una ripresa durante il periodo ellenistico. In questa fase di totale cambiamento per la Grecia inizia ad affermarsi il gusto per le varianti della tradizione e Teocrito descrive in due modi il medesimo tema: l’amore di Polifemo per Galatea.
La storia tradizionale vuole che Polifemo soffra di amore per la ninfa Galatea che continua a rifiutarlo e tale tema viene trattato da Teocrito nell’idillio XI con la descrizione del protagonista che cerca di allietarsi con il canto.
La tematica viene però variata dallo stesso autore nell’idillio VI in cui due poeti pastori cantano dei due personaggi in maniera inversa rendendo pazza d’amore Galatea.
In ambiente latino Ovidio inserisce in questa storia la figura del pastore Aci amato da Galatea. Costei viene però scoperta insieme all’amato da Polifemo che per vendetta scaglia un masso contro il ragazzo uccidendolo.
La Ninfa prova a salvarlo ma vede che, come proprio dell’opera ovidiana, la metamorfosi è in corso: il sangue di Aci si è trasformato in un fiume. Dal suo nome nacque l’attuale denominazione di moltissime località del territorio etneo.

Dai faraglioni alle località Aci. Ancora oggi il vento della cultura greca non smette di soffiare in Sicilia e non solo…
