Internet shutdown: quando un paese si “scollega” dal mondo
Nel 2026, in diversi paesi del mondo, gli “internet shutdown” non rappresentano più episodi isolati legati a delle emergenze tecniche, ma si configurano come un inquietante strumento politico, militare e sociale. 👇

Con il termine “internet shutdown” facciamo riferimento a quel fenomeno di spegnimento totale, o parziale, della rete internet in una determinata area geografica. Può durare ore, giorni o mesi.
Il dato più rilevante è che si tratta di una pratica sempre più diffusa, spesso attivata in contesti di proteste, conflitti o forti tensioni interne. Tuttavia, come ben sappiamo, al giorno d’oggi internet è un’infrastruttura essenziale.
Senza rete non funzionano comunicazione, informazione, economia e talvolta nemmeno i servizi pubblici. Gli internet shutdown non sono affatto dei guasti tecnici, ma degli atti volontari di disconnessione internazionale.
Uno dei casi più recenti riguarda l’Iran: a seguito delle tensioni politiche in corso, il paese ha affrontato diversi periodi di forti restrizioni digitali. La connessione è stata ridotta al minimo, con accesso limitato solo a servizi controllati.
Non si tratta solo di una questione di censura. Parliamo di un paese in cui la comunicazione con l’esterno è diventa quasi impossibile, e l’informazione circola solo in modo filtrato.
A partire dall’8 gennaio 2026, l’Iran ha registrato un’interruzione massiccia di internet soprattutto a causa delle proteste nazionali. Pertanto, strumenti come VPN e sistemi di bypass sono stati limitati o criminalizzati.
Altro caso estremo è quello che coinvolge il Sudan. Qui la connessione non viene spenta soltanto per controllo politico, ma si intreccia direttamente con il conflitto armato in corso.
Dal 2023, infatti, in Sudan è in corso un’estenuante guerra civile: internet è diventato instabile o completamente inesistente in molte aree del paese.
Specialmente durante un combattimento intenso, intere città restano offline per giorni o settimane. L’internet shutdown, in questo caso, si intreccia con il gravoso collasso delle infrastrutture.
Questo contribuisce anche a limitare la diffusione di video, immagini e testimonianze, riducendo la capacità di organizzare le proteste e controllando di conseguenza la narrazione del conflitto.
In particolare, per i giornalisti diventa sempre più complesso comunicare con le fonti e documentare gli eventi in tempo reale. Le famiglie rimangono isolate e senza contatti. Gli ospedali e i servizi rallentati.
Gli aiuti umanitari sono più difficili da coordinare e diventa praticamente impossibile registrare ciò che accade a causa della mancanza di accesso ai social o alle app di messaggistica.
Un modello differente di controllo digitale si osserva invece in Russia. Dopo il conflitto con l’Ucraina, le restrizioni sulla rete sono aumentate progressivamente.
Non si tratta di uno spegnimento totale, ma di un sistema di limitazioni mirate: blocchi o rallentamenti delle piattaforme occidentali, restrizioni ai media e maggiore controllo del traffico dei dati.
La strategia russa non punta all’assoluto isolamento del paese. Lo scopo reale è costruire un ecosistema digitale autonomo e controllato, conosciuto anche come “Runet”.
Se la Russia rappresenta un esempio di controllo progressivo e selettivo, non si può dire la stessa cosa riguardo la Corea del Nord. Quest’ultima, infatti, rappresenta la forma più radicale di alienazione digitale al mondo.
Qui la popolazione non ha accesso libero al web globale, poiché esiste una rete nazionale interna rigidamente controllata. I contenuti e le comunicazioni sono filtrati dal governo e solo una ristretta élite ne ha l’accesso.
In Corea del Nord il blackout digitale non avviene per via di una crisi statale: è permanente. La rete globale è categoricamente esclusa dalla vita quotidiana della popolazione.
Oggigiorno, spegnere internet non significa soltanto interrompere un servizio, ma ridefinire il confine tra ciò che può essere visto e ciò che deve restare invisibile.
Forse allora dovremmo chiederci fino a che punto è legittimo e legale che un’infrastruttura così essenziale possa essere sospesa?
In una società sempre più digitalizzata e interconnessa, la questione fondamentale non risiede nella tecnologia in sé, ma nelle implicazioni politiche, etiche e morali. Se la libertà dipende da un interruttore, questa rischia di trasformarsi in un’illusione più che in un diritto.
