Quando sentire fa male

Tristezza & Co.

Parlare di tristezza non è sempre semplice e spesso è uno di quei temi che preferiremmo non toccare mai, ci mette quasi in una condizione di disagio, ci fa sentire scomodi e alcune volte può farci pure vergognare. Perché accade ciò? 

Pensiamoci bene, viviamo in un’epoca governata dai social e dalle immagini che veicoliamo attraverso essi. Foto, messaggi, video comunicano spesso una realtà gioiosa, perfetta, entusiasmante, eccitante. Poche volte, anzi pochissime, mi è capitato di vedere tra i giovani e i giovanissimi messaggi contenenti altre emozioni: ad esempio messaggi di paura, messaggi di imbarazzo, messaggi di tristezza. 

Apparire tristi può farci sentire fuori posto in un mondo in cui tutto “sembra” essere allegro ed elettrizzante, motivo per cui con il passare del tempo questa importantissima emozione è diventata qualcosa da nascondere, da non mostrare o da camuffare. 

Ma non crediate che il problema riguardi solo i ragazzi!!! Questo è un atteggiamento che molto spesso si osserva anche negli adulti, per cui i bambini prima e i ragazzi poi, apprendono che la tristezza è qualcosa da tenere ben nascosta, da non condividere, qualcosa che fa male e che rende deboli 

Eppure la tristezza è una delle emozioni primarie fondamentali nella nostra vita; forse conoscerla meglio potrebbe aiutarci ad osservarla e sentirla in modo diverso. 

Partiamo dalla base: perché la sentiamo? La tristezza appare e si manifesta tutte le volte che sperimentiamo una “perdita”: di una persona, di un oggetto a noi caro, di un ruolo, di un’idea, di un progetto, di un sogno, e così via. Quando ci sentiamo tristi tutto intorno a noi e dentro noi cambia, il tempo rallenta e insieme a lui rallentiamo anche noi; nulla ci attrae, nulla ci coinvolge, forse possiamo avvertire il bisogno di piangere e di sfogarci. Quando ci sentiamo tristi i nostri battiti rallentano, i nostri pensieri rallentano e tutto diventa letteralmente più pesante. 

E mentre viviamo sospesi in questa grande e lenta pausa, il nostro corpo e la nostra mente si riorganizzano, elaborano quanto accaduto, cercano nuovi modi per adattarsi ad una nuova condizione. Ed qui che entrano in gioco gli altri: amici, familiari e tutte le persone a noi care che possono prendersi cura ed occuparsi di noi mentre siamo impegnati nella nostra rielaborazione. 

Ed è a questo punto che può spuntare il primo ostacolo.  

Se proprio nel momento di maggior tristezza anziché circondarci di persone a noi care, ci isoliamo, ci chiudiamo respingendo tutto e tutti, ecco che quel disagio, quel dolore, quelle lacrime agli occhi diventano sempre più pesanti da portare. È un vuoto che resta dentro e che lentamente si fa strada come una grossa macchia d’olio che si espande coprendo lentamente tutti gli ambiti della nostra vita. Ciò contribuirà a renderci ancor più tristi, poiché man mano che passa il tempo “perderemo” dell’altro: amicizie, abitudini, progetti. 

Ma esiste anche un altro ostacolo, quello che noi stessi possiamo costruirci nel momento in cui decidiamo di nascondere la nostra tristezza. Ecco che nonostante la voglia di far nulla, nonostante la pesantezza, nonostante il bisogno di fermarsi un attimo, decidiamo di indossare una maschera con un bel sorriso continuando ad immortalare una vita entusiasmante e piena, fingendo con tutti, ma fingendo soprattutto a noi stessi. 

In questo modo ci ritroviamo non solo da soli in un momento in cui la presenza degli altri risulta necessaria, ma, ahimè, siamo noi stessi a non ascoltarci e a non sapere cosa fare per prenderci un po’ cura di noi. 

Tranquilli! Non ci sono solo brutte notizie. 

Esistono diversi modi per non commettere errori e per non trovarsi di fronte agli ostacoli di cui abbiamo parlato. 

Per prima cosa smettiamo di pensare alla tristezza come ad un’emozione negativa: ci serve a ripartire; ci serve a ricaricare le batterie, a diventare una versione migliore di noi stessi (se saputa sfruttare). 

In secondo luogo adesso sappiamo che quando siamo tristi è meglio non isolarsi. Quindi circondiamoci di persone a cui vogliamo bene, persone che possono essere in grado di prendersi cura di noi. 

Terzo, proviamo a chiederci: ma io mi sto prendendo cura di me? Come posso accudirmi/supportarmi in questo momento di grande difficoltà? Sono in contatto con quello di cui ho bisogno? 

Ed ovviamente, quando sentite che il peso al petto si fa più opprimente, non esitate a chiedere aiuto: non è debolezza. 

Dott.ssa Giusy Morabito

psicologa, psicoterapeuta, Mindful Sicilia

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