Comfort show, comfort world: il successo della nostalgia contemporanea
Il filosofo Mark Fisher parlava di “retromania” e di “realismo capitalista”, cioè l’impressione diffusa che immaginare la fine del mondo sia più facile che immaginare la fine del capitalismo. In quest’ottica, il ritorno al passato non è una moda. Tutt’al più, è l’unico spazio narrativamente praticabile. 👇

Il panorama culturale contemporaneo è attraversato da una chiara pulsione retrospettiva: revival, sequel, remake, reboot. Il successo di fenomeni come Stranger Thing, ad esempio, si fonda su un’estetica esplicitamente anni Ottanta, così come la riproposizione di franchise storici come Star Wars.
Non parliamo di semplici calcoli commerciali. Questi sono indizi di un orientamento culturale molto più profondo. La nostalgia funziona come una promessa implicita: “questa cosa la conosci già”. In un presente frammentato, dove le coordinate simboliche mutano rapidamente, il passato ci appare come un archivio di significati consolidati.
C’è qualcosa di intensamente rivelatore nel gesto di rivedere una serie tv già vista. Non è solo svago. E’ un atto di regolazione emotiva. Tornare a una narrazione conosciuta equivale ad abitare uno spazio prevedibile, un territorio affettivo dove l’incertezza è sospesa.
Le neuroscienze confermano questo meccanismo psicologico: l’incertezza prolungata aumenta lo stress cognitivo, mentre una trama conosciuta libera le facoltà mentali perché non temiamo l’inaspettato.
Serie come The Office o Friends, spesso denominate come “comfort show”, non riguardano solo la comicità. La ripetizione rassicurante di un microcosmo relazionale stabile consente al pubblico di vive un mondo prevedibile, dove i personaggi restano riconoscibili e i conflitti si appianano.
In una società segnata da relazioni intermittenti, scadenze e mobilità forzata, queste serie tv funzionano come simulacri di continuità. Restituiscono ciò che la vita sociale non garantisce: stabilità, ritualità, familiarità.
Come direbbe Zygmunt Bauman, viviamo nella “modernità liquida”, cioè un tempo storico in cui nulla permane e tutto è reversibile. Le serie già viste diventano l’equivalente culturale di una casa con solide fondamenta. Sappiamo già come andrà a finire, e conoscere l’esito è oggi un privilegio raro.
Questo non implica che la cultura contemporanea sia sterile. Al contrario, oggi viviamo in bilico tra il desiderio di sicurezza e la necessità di immaginare l’ignoto.
Forse la vera questione è questa: non guardiamo al futuro perché ci sembra difficile da raccontare, e così ci rifugiamo nella certezza del passato.
Finché l’orizzonte collettivo sarà avvolto dall’incertezza, la nostalgia continuerà ad offrirsi come un “porto sicuro”. Un luogo stabile dove il presente trova riparo e il futuro, seppur incerto, si attraversa con un po’ meno paura.
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