Sascha Zverev, il primo dei terrestri
Dopo Parigi, trionfa anche a New York(primo posto nella race). Il 2026 è l’anno del riscatto slam per Zverev, che adesso mette Sinner nel mirino…👇

Due settimane fa era stato ad un passo dal venire eliminato all’esordio per mano di Sonego.
Eccolo oggi, sorridente, stretto tra le sue braccia il trofeo degli US Open, secondo titolo Slam in assoluto che arriva pochi mesi dopo il primo(Parigi, Roland Garros), interrompendo un tabù che nei major lo perseguitava da troppo tempo.
Non c’è più alcun dubbio che questo 2026 rappresenti l’anno del riscatto per Alexander Zverev, almeno a livello Slam.
Non che la carriera del tedesco avesse davvero bisogno di un riscatto(all’attivo 24 titoli, 2 Atp Finals, oro olimpico a Tokyo). Si è visto decisamente di peggio. Tuttavia, è il peso di quei tornei lì a misurare la grandezza di chi aspira a sedersi al tavolo dei più grandi, restituendo gioie e delusioni con effetto amplificato.
E Sascha di delusioni in ‘quei tornei lì’ ne ha provate di cocenti. “Il giocatore più forte a non aver mai vinto uno Slam”, “L’eterno numero due” – Quante volte se l’è sentito dire, anche in tono di sfottò, lui che appartiene a quella generazione di talenti che si colloca nel mezzo, sempre all’ombra di qualcun altro, tra la fine (sul campo) dell’epopea leggendaria dei Big Three e l’avvento dei nuovi dominatori del circuito(Sinner e Alcaraz).
Forte sì, ma non abbastanza da sedersi a quel tavolo. Non ancora ‘vecchio’, non più giovane. Arrivato alle soglie dei trent’anni ancora privo di una consacrazione slam, ad un certo punto il pensiero che quella frase fosse destinata a restargli spiacevolmente appiccicata addosso avrà fatto capolino anche nella sua testa.
Allora appare quasi romantico che la chiusura del cerchio si sia compiuta proprio tra Parigi, teatro del brutto infortunio alla caviglia del 2022, nonché di una sanguinosa rimonta patita per mano di Alcaraz nel 2024, e New York, a sei anni esatti dalla psicodrammatica prima finale slam della carriera(persa contro Thiem).
“Niente più eterno secondo, d’ora in poi diranno che sono il più scarso ad essere arrivato primo.”
Nell’immediato post trionfo parigino, risponde così, con una battuta, a chi gli chiede come verrà vista la fine di questo lungo digiuno, ma è tangibile il senso di leggerezza, il sollievo nell’essersi tolto un macigno dalle spalle, che lo porterà a non venire più considerato da tutti come l’esempio più fulgido del ‘perdente di successo’.
Certo, sarebbe sbagliato non tenere conto di quanto i problemi occorsi in stagione ad Alcaraz e Sinner(e le loro conseguenti defezioni) abbiano influito nel delineare questo scenario. A Parigi mancava Carlos, e Jannik è uscito prematuramente di scena dopo aver accusato un malore. Sul cemento newyorkese a mancare all’appello è stato Sinner, con un Alcaraz non al top della forma(fatto fuori in semi dal padrone di casa Shelton).
L’allineamento degli astri, tra il venir meno dei numeri 1 e 2 del mondo e la presenza di tabelloni relativamente abbordabili, ha giocato un ruolo importante, forse fondamentale, nello spalancare a Zverev le porte delle prime due storiche affermazioni a livello del Grande Slam.
Sarebbe però altrettanto sbagliato non riconoscere al tedesco – da ieri sera primo nella race annuale – i giusti meriti per aver saputo cogliere l’attimo. In uno sport che vive di momenti, situazioni e scenari che mutano, dove i fantasmi del passato possono riemergere in un istante, Zverev ha mantenuto la barra dritta, arrivando a meritarsi in pieno le occasioni che il caso gli ha inaspettatamente presentato davanti.
Perché i tabelloni senz’altro contano, le assenze pesano. Ma i trofei rimangono. Ed alle volte vincere non ti rende necessariamente più forte, ma magari più libero. In ogni caso, dallo scorso giugno, alla voce “eterno secondo” l’enciclopedia tennistica deve inserire un altro nome.

