L’altra faccia dell’isola: Jeju e la violenza normalizzata
Nel 2012, lungo un tratto dell’Olle Trail, il percorso a piedi più iconico dell’Jeju Island, una turista quarantenne viene uccisa da un residente locale. La data non è un dettaglio, è il punto: questo accade a Jeju da prima che l’isola diventasse un brand globale, e continua dopo. 👇

Jeju è costruita, da almeno due decenni, come un prodotto mediale coerente. Natura incontaminata, slow life, eccezionalità paesaggistica e culturale. L’isola funziona come controcampo ideale alla densità urbana della Corea del Sud, una promessa di sospensione e autenticità. Dopo la pandemia, il turismo interno è cresciuto in modo significativo, rafforzando la centralità di Jeju nell’immaginario nazionale. A questa costruzione contribuisce lo statuto di autonomia speciale del 2006, che ha consolidato la percezione di un territorio amministrativamente distinto, più flessibile, più aperto. L’autonomia diventa, nel discorso pubblico, un segno di modernità e sperimentazione.
Questa stratificazione di immagini produce un effetto preciso. Più un territorio è caricato di valore simbolico positivo, più le sue contraddizioni vengono assorbite come eccezioni. La violenza, quando emerge, viene trattata come un incidente che interrompe temporaneamente la narrazione dominante, non come un elemento che la attraversa. Jeju, in questo senso, non è solo una destinazione turistica ma un dispositivo di percezione. La sua forza mediale non cancella la violenza, ma la rende meno leggibile come struttura, più facilmente archiviabile come deviazione locale.
Lo scarto tra immagine e dati
Jeju viene spesso associata a una tradizione storica di maggiore autonomia femminile, legata anche alla figura delle haenyeo, le pescatrici subacquee che per generazioni hanno sostenuto l’economia domestica. Questo elemento, reale, viene però rapidamente trasformato in un indicatore generalizzato di emancipazione. Il passaggio è sottile ma decisivo: da una specificità storica si deduce una condizione sociale complessiva.
I dati sui femminicidi non confermano questa lettura. L’isola non si discosta in modo significativo dalla media nazionale. La modernizzazione ha eroso forme comunitarie di controllo e protezione informale, senza sostituirle con dispositivi istituzionali altrettanto efficaci. Il risultato è una vulnerabilità che non appare immediatamente, perché non si inscrive nell’immagine dominante del luogo.
Anche la copertura mediatica contribuisce a questo scarto. I casi di violenza a Jeju vengono frequentemente inquadrati come episodi isolati o come cronaca nera locale. La narrazione si concentra sulle circostanze specifiche, sulla sicurezza dei luoghi, sull’impatto turistico. Manca, nella maggior parte dei casi, il collegamento esplicito a un pattern nazionale di violenza di genere. L’isola resta, nel racconto, un’eccezione disturbata, non un punto di osservazione privilegiato.
Contesto strutturale nazionale
Su scala nazionale, il quadro è più definito. Secondo il Korean Institute of Criminology and Justice, circa il 40% degli omicidi di donne in Corea del Sud è commesso da partner o ex partner. Il dato indica una dimensione relazionale della violenza che supera la logica dell’evento casuale.
Il ritardo normativo è un altro elemento rilevante. Lo stalking è stato criminalizzato solo nel 2021 con lo Stalking Punishment Act, dopo anni in cui comportamenti reiterati e pericolosi venivano trattati come molestie minori. L’introduzione della legge ha rappresentato un passaggio importante, ma la sua applicazione resta disomogenea. Le misure di protezione non sempre vengono attivate in modo tempestivo, e la prevenzione fatica a tradursi in pratiche efficaci.
Le organizzazioni femministe, come Korea Women’s Hot Line e Korean Women’s Association United, documentano un tasso di denuncia basso e una risposta istituzionale spesso insufficiente. Le vittime incontrano ostacoli procedurali e culturali che riducono la probabilità di intervento prima che la violenza escali. In questo contesto, la distinzione tra centro e “periferia” perde rilevanza. Jeju non è un’eccezione geografica, ma una variazione locale di un sistema più ampio.

Uno sguardo che seleziona
Ad ogni modo, se Jeju è uno dei luoghi attraverso cui la Corea del Sud costruisce la propria immagine internazionale, la gestione della violenza sull’isola diventa un indicatore della capacità di vedere ciò che contraddice quella immagine. Il branding turistico e l’autonomia amministrativa funzionano come uno schermo cognitivo: non negano i fatti, ma ne orientano l’interpretazione.
La distanza tra ciò che viene mostrato e ciò che viene riconosciuto produce un effetto di opacità. La violenza di genere resta presente, ma fatica a essere letta come parte di una struttura condivisa. In questo senso, Jeju non nasconde la violenza più di altri luoghi; la rende, piuttosto, meno dicibile nei termini in cui andrebbe analizzata.
Una società che investe su un’isola-simbolo di autenticità e libertà, e non riesce a proteggere le donne su quella stessa isola, si trova davanti a una dissonanza che non è solo normativa. È una questione di sguardo, di ciò che viene incluso o escluso dalla narrazione dominante. Quando un luogo è costruito come eccezione, cosa resta invisibile per mantenerlo tale?
