Attualità

“La scuola è inutile, non voglio andarci”. L’amara realtà.

Dispersione scolastica. I ragazzi sono vittime di un sistema che non risponde ai loro bisogni.

Troppo spesso si parla di dispersione scolastica come un fenomeno “singolare”, attribuibile a fattori di contesti sociali degradati e propensi alla criminalità o allo sfruttamento minorile.

In verità l’analisi del fenomeno svela retroscena sorprendenti che per precisi motivi si lega a delle concause, anch’esse pericolose e poco segnalate.

La dispersione è una conseguenza di quella che viene definita Disaffezione Scolastica, ma anche, e in maniera subdola, della cosiddetta Disaffezione al lavoro di insegnante.

Senza impelagarci troppo nei meccanismi sottesi, è opportuno analizzare il fenomeno della disaffezione scolastica come diminuzione o perdita di affetto nei confronti dello studio delle materie e più in generale della scuola. Lo studente trova inutile impegnarsi in qualcosa che non soddisfa le sue aspettative e che lo obbliga ad un approccio nozionistico e poco concreto. Inoltre, spesso si imbatte in docenti poco protesi alle relazioni e all’empatia, che declinano la propria responsabilità attraverso valutazioni di contenuto più che di contesto.

Secondo alcune statistiche, i ragazzi perdono interesse allo studio per tre motivi principali: per lo scarso supporto da parte della propria famiglia, per agenzie formative male organizzate e poco attrattive e per insegnanti poco motivati o che vivono condizioni di stress tali da lasciare spazio ad una forma di esaurimento professionale chiamata “burnout“, che si caratterizza per il distacco emotivo e relazionale, per l’intolleranza verso le richieste provenienti dall’ambiente di lavoro e per l’insoddisfazione professionale.

Di quest’ultimo motivo se ne parla poco, poichè erroneamente si pensa che si tratti di casi sporadici. Anche qui secondo alcune statistiche si è registrato un incremento del fenomeno coinvolgendo soprattutto insegnanti dai 55 anni in su o chi vive condizioni di disagi familiari e personali. Purtroppo il mestiere dell’insegnante è diventato nel tempo sempre più difficile anche a causa delle continue pressioni e tensioni dovute anche dalla contrapposizione tra trasmissione della tradizione culturale e continua innovazione. Inoltre, nei quartieri più difficili, in cui scarseggia la propensione alla cultura, l’insegnante si trova spesso a dover mettere alla prova la propria autostima professionale, sperimentando il successo o il fallimento della propria attività educativa. Da non sottovalutare inoltre il cambiamento del loro prestigio professionale che li vede, sempre meno stimati dagli studenti di età compresa dai 15 ai 24 anni. ( Ist. IARD sui rapporti giovanili)

La scuola nel tempo ha perso il suo appeal. Non riesce ad essere una valida alternativa alla strada, al guadagno facile o a forme di dipendenza da giochi di scommesse.

La dispersione scolastica dunque è la risposta ad un disinteresse totale non solo dei genitori che evadono l’obbligo, non avvertendolo come tale, ma anche dei ragazzi che superati i sedici anni, preferiscono non continuare perchè trovano più “utile” aiutare le famiglie anche con “lavoretti in nero”, oppure nelle peggiori delle ipotesi, prestare manovalanza alla criminalità organizzata.

Si può asserire, dunque, che la dispersione scolastica va guardata sotto molti punti di vista e la causa non va ricercata solo puntando il dito contro la famiglia di provenienza, ma in tutto ciò che ruota attorno alla vita dei giovani, dalla scuola all’insegnante, dal centro sportivo all’allenatore, dalle aziende che non attuano forme di “apprendistato” a chi accetta lavoratori minorenni in nero e al di sotto della soglia di età consentita, dalle istituzioni religiose a quelle civili.

L’altra piaga ovviamente è la mancanza dell’alternativa concreta, ovvero il lavoro regolamentato. Fintanto la scuola non si pone come condizione necessaria per accedere al mondo del lavoro, qualunque esso sia, non verrà mai percepita come un percorso obbligato. Il mancato adeguamento tra nozioni e contemporaneità, tra cultura e utilità, tra passato e presente, creerà un gap sempre più ampio e difficilmente colmabile, poiché poco rispondenti al bisogno dei ragazzi di trovare “utile” e “opportuno” il tempo dedicato all’apprendimento scolastico.

La Disaffezione scolastica è il primo campanellino d’allarme che non bisogna trascurare da parte di tutti gli addetti ai lavori delle Agenzie formative, così com’è importante curare l’aspetto professionale dell’insegnante, sia come propensione alle relazioni oltre che all’insegnamento, sia per gli aspetti della loro salute psico- fisica.

Nota del Direttore: “quest’articolo è stato già pubblicato nel mio blog personale voce libera, scritto di mio pugno. Ho ritenuto opportuno, a distanza di oltre un anno, renderlo fruibile anche ai lettori del giornale Voce Libera web, vista la delicatezza del tema che riguarda sia gli alunni che gli insegnanti.

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