Oleo Bone
@oleobone

La maschera dei social

Come viene percepita “l’immagine” di noi stessi? 

Francois de la Rochefoucauld, noto scrittore e filosofo francese, scrisse: “Poniamo più attenzione nel far credere agli altri di essere felici che non a cercare di esserlo veramente”. L’autore, già nel Seicento, colse la pericolosità dell’apparenza. I social hanno reso questo concetto parte della nostra quotidianità, diventando, ormai, il primo e l’ultimo pensiero delle giornate per la maggior parte di noi. Soprattutto in età adolescenziale l’influenza delle piattaforme è inevitabile e può avere aspetti positivi e negativi. Di conseguenza, ognuno di noi percepisce una pressione, per quanto riguarda l’immagine, sempre più presente. Il potere delle immagini esisteva anche prima dell’invenzione dei social network ma nel corso degli ultimi anni ha contribuito allo sviluppo di un fenomeno ormai noto a tutti come Storytelling: il racconto di una “storia” attraverso le immagini.  

Le immagini, infatti, catturano immediatamente l’attenzione e portano l’osservatore a cercare di conformarsi agli standard che vede. Il mondo dei social è costruito su post, likes e followers, diventati talmente importanti da determinare chi siamo e chi vorremmo essere. Il problema è proprio che, le così dette storie, si stanno rilevando essere la nostra stessa vita.  

È questo ciò che vogliamo? Vogliamo veramente ridurci ad essere delle semplici immagini? La nostra personalità e il nostro io interiore non può e non deve essere rappresentato da una foto su Instagram. La quantità di follower o di like non determina realmente la nostra popolarità, tuttavia oggi il giudizio fondato sui social è inevitabile. Siamo noi stessi ad aver creato un mondo basato sulla finzione che ci porta ad estraniarci dalla realtà, spesso consciamente.  

I social hanno incrementato il fenomeno della costante e soprattutto vana ricerca di consensi: un like, un commento o una qualsiasi interazione, ha il potere di migliorare o peggiorare il nostro stato d’animo. I modelli che ci vengono proposti sono fittizi e del tutto irraggiungibili, “dettaglio” che tuttavia spesso dimentichiamo. Abbiamo trasformato la realtà virtuale in una gara vinta da chi dimostra di avere la vita “migliore”. Una gara che ha come premio l’incremento del disturbo della percezione del proprio corpo, l’estraniazione della realtà e l’insoddisfazione personale. Allora quale sarebbe la soluzione? La risposta a questa domanda si manifesta nei social stessi. Infatti, al passo con i social sono nati movimenti come il Body Positivity che si batte quotidianamente nello sfatare questi falsi miti proposti.  

E’ ormai un dato di fatto comuque che, sempre più spesso, come scriveva Marracash: “Desideriamo quello che vediamo e a volte desideriamo solo di essere visti”. 

Costanza Di Mauro, Vittoria Fanara, Michela Rossitto

IVC Convitto Nazionale Mario Cutelli

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