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Crans-Montana, oltre l’incidente: anatomia sociale di una strage 

Dal federalismo spinto alla cultura del laissez-faire: la tragedia di Crans-Montana mostra come, quando il controllo si frammenta, il rischio diventa strutturale e la catastrofe smette di essere un’eccezione. 👇 

La notte di Capodanno a Crans-Montana doveva essere una parentesi di festa, come tante in una delle località alpine più celebrate d’Europa. Si è trasformata, invece, in una delle più gravi tragedie degli ultimi anni, i cui dati sono terrificanti: quaranta morti, oltre cento feriti, molti dei quali minorenni. 

L’incendio del bar Le Constellation, tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, ad oggi non è solo una pagina di cronaca nera. È uno specchio che riflette le fragilità di un sistema che si credeva solido, impermeabile all’errore, quasi immune alla catastrofe

Perché ciò che è accaduto nel cuore delle Alpi svizzere non può essere spiegato con una scintilla sfuggita di mano o con una tragica fatalità. Quella scintilla ha trovato un terreno pronto a bruciare: culturale, economico, istituzionale. 

La tragedia, però, apre uno squarcio su una Svizzera che raramente emerge nel racconto pubblico. Crans-Montana è il simbolo di una Svizzera globale: turismo di lusso, scuole internazionali, giovani provenienti da tutta Europa. Ma è anche figlia di un cantone, il Vallese, che conserva una forte identità locale, diffidente verso i controlli esterni e gelosa della propria autonomia.

Qui il principio del vivi e lascia vivere sembra essere non solo un modo di dire, ma una vera e propria regola non scritta che governa i rapporti sociali e, spesso, anche quelli amministrativi

Questa cultura della non interferenza, che in tempi normali favorisce la convivenza, diventa un problema quando si parla di sicurezza pubblica. Se ognuno bada ai fatti propri, chi controlla davvero? Chi alza la mano quando qualcosa non va? Nel caso del Constellation, locale noto per serate affollate e soluzioni discutibili, nessuno lo ha fatto. Non per indifferenza, ma per abitudine. 

Il disastro ha messo sotto i riflettori il sistema svizzero della “milizia”, basato su cittadini che svolgono incarichi pubblici in modo volontario o semi-professionale. Un modello che funziona nei piccoli comuni, ma che mostra tutti i suoi limiti in una località che, in alta stagione, passa da poche migliaia a decine di migliaia di presenze. 

A Crans-Montana la sicurezza antincendio era affidata a poche persone, senza una struttura professionale stabile, con controlli irregolari e competenze che cambiavano nel tempo. Il locale non veniva ispezionato da anni. Non è stato un errore isolato, ma il risultato prevedibile di un sistema frammentato, dove la responsabilità si perde lungo la catena tra Comune, Cantone e Confederazione. 

A questo si aggiunge un’anomalia tutta vallesana: l’assenza di un’assicurazione immobiliare pubblica obbligatoria, che in altri cantoni svolge anche una funzione di controllo tecnico. Un vuoto che ha eliminato un importante deterrente contro le scorciatoie pericolose. 

Uno spazio pensato per guadagnare, non a norma di sicurezza 

Dal punto di vista materiale, il Constellation era una trappola. Un locale seminterrato, ristrutturato più volte per aumentare i posti a sedere, con scale ristrette, uscite sacrificate all’estetica e all’incasso, soffitti rivestiti di pannelli fonoassorbenti economici e altamente infiammabili. 

Il poliuretano, usato per migliorare l’acustica spendendo meno, ha trasformato un principio d’incendio in un inferno in pochi secondi. Il fumo tossico ha saturato l’ambiente prima ancora che molti capissero cosa stesse succedendo. In quelle condizioni, è inevitabile che ogni errore di progettazione diventi una condanna

A innescare il rogo sono state le candele pirotecniche applicate alle bottiglie di champagne. Un dettaglio solo in apparenza marginale. Negli ultimi anni, soprattutto nei locali di lusso, il consumo si è trasformato in spettacolo. La bottiglia non arriva più al tavolo, entra in scena. Luce, scintille, musica, telefoni pronti a riprendere. 

È una ritualità che normalizza il pericolo, lo rende parte dell’arredo. Nei video di quella notte si vede qualcuno tentare di spegnere una fiamma sul soffitto mentre la musica continua. Come se fosse solo un incidente di scena. La festa anestetizza il giudizio, finché è troppo tardi. 

Le conseguenze

Il dato più sconvolgente resta l’età delle vittime. Molti erano minorenni, studenti di famiglie svizzere e internazionali, ragazzi in vacanza o in collegio. Sei erano italiani. La loro morte ha aperto una ferita profonda anche oltre confine, mostrando quanto questa tragedia sia il prodotto di una mobilità giovanile europea che si muove dando per scontata la sicurezza dei luoghi del divertimento. 

L’identificazione dei corpi, resa difficile dalle ustioni, ha prolungato l’agonia delle famiglie e trasformato i social media in un luogo di speranza e disperazione mescolate, tra appelli, foto, voci incontrollate. 

Per la Svizzera, Crans-Montana è anche una crisi d’immagine. Il Paese delle regole, dell’efficienza, della precisione si è scoperto vulnerabile come altri, forse di più, perché convinto di esserlo meno. Le reazioni istituzionali, inizialmente difensive, hanno alimentato la sensazione di un sistema più preoccupato di proteggersi che di assumersi responsabilità

Non a caso si parla ora di una possibile “Lex Crans-Montana”: controlli centralizzati, divieto assoluto di pirotecnici indoor, regole più severe sui materiali, assicurazioni obbligatorie. Riforme che, se arriveranno, nasceranno dal sangue.