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La volta in cui Pavese si suicidò

Aveva soltanto 42 anni quando Cesare Pavese decise di togliersi la vita. Lo fece in una fredda e anonima stanza di un albergo di Torino durante una notte d’estate del 1950. Era il 27 agosto, la notte asfissiante avvolgeva la città della Mole, nulla rispetto al dolore che stritolava e consumava Pavese. Il disagio esistenziale e le delusioni d’amore provate ebbero la meglio. Tra le donne della sua vita vi fu Constance Dowling, l’attrice statunitense che fu per lo scrittore e intellettuale piemontese l’ultimo amore. A lei aveva dedicato la raccolta di poesie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e il suo ultimo romanzo “La luna e i falò”.

Nelle opere di Pavese emerge un chiaro bisogno di tenerezza che nessuno dei sentimenti nutriti per una donna gli seppe mai restituire in tutta la sua vita. Tina Pizzardo fu colei che a detta del poeta gli seppe insegnare il “mestiere del vivere”, salvo poi tradirlo per sposare un altro uomo mentre lui si trovava al confine. Fernanda Piovano fu invece la donna alla quale, dopo cinque anni di relazione, chiese di sposarlo raccogliendo però soltanto un rifiuto. Era più giovane e aveva certamente altri progetti. A Bianca Garufi dedicherà i “Dialoghi con Leucò”, un’opera con la quale l’autore consacrerà un altro amore non corrisposto e capace di lasciare i propri segni nell’animo più profondo.

Di Constance Dowling, Pavese, si innamorò certamente per la disinvoltura, per l’enorme cultura che possedeva e per l’ambizione smisurata che l’aveva portata ben presto a fare carriera. Tuttavia ella non ricambiò l’amore del poeta e presto lasciò l’Italia per tornare negli Stati Uniti dove intrapresa una relazione con un altro uomo. Fu questo il terreno dove il già richiamato bisogno di tenerezza s’incontrava col dolore della solitudine per la quale lo scritture avvertiva una triste attrazione e nel cui specchio assolutizzante si sentiva spesso avvolto. La delusione provata per Constance non andò via neanche con la vittoria del Premio Strega, arrivato nel giugno del 1950 grazie all’opera “La bella estate”. In quell’occasione accanto a lui non ci fu la donna che egli amava e alla quale aveva anche dedicato numerosi pensieri di quello che sarà poi il suo diario “Il mestiere di vivere”.

Torino fu la città che vide Paese vivere e morire, scrivere e riflettere ma soprattutto innamorarsi e disperarsi. Successe fin dall’infanzia, quando uno dei suoi primi amori fu una ballerina del caffè “La Meridiana”. Al primo appuntamento con lei il giovane Cesare si ritrovò però da solo. La ragazza infatti non si presentò e lui la continuò ad aspettare invano per ore sotto la pioggia che quel giorno si riversava copiosa per le strada del capoluogo piemontese. Fu forse la prima delusione d’amore che lo scrittore provò. Lo stesso Francesco De Gregori riporterà l’avvenimento nel suo brano Alice: ”Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, e il tram di mezzanotte se ne va”.

Le sigarette che si consumavano tra le dita furono l’unica compagnia di una sera in cui non ci fu nessun amico, il fumo che da esse si levava era la perfetta rappresentazione di ciò che era svanito nel tempo. Anche quella sera Pavese accarezzò la penna, quel solo “strumento” attraverso il quale riponeva la fiducia d’esser apprezzato un domani. Se ne servì per lasciare le ultime sue parole “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate tanti pettegolezzi. Cesare Pavese”.

L’infelice Pavese accarezzava ora l’idea di un freddo e ultimo abbraccio: quello eterno del sonno. Scelse i sonniferi, non c’era bisogno di un ulteriore dolore che comunque sarebbe risultato inferiore rispetto a quelli che gli erano stati già ferocemente “inchiodati” nel cuore. Questo era ciò che il poeta sentiva di aver raccolto durante la vita. Il sonno era l’unica strada per arrivare ad una speranza che solo il sogno poteva serbare. La consistenza di una speranza infatti appariva simile forse solo a quella del sogno e Cesare Pavese la ricercò abbandonandosi nel sonno eterno. Lì avrebbe continuato a sognare l’amore, lì forse sperava di abbracciarlo.

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