La Corea del Sud e la margherita sulla suola: via al Mondiale 2026
Ventiquattro anni dopo la semifinale del 2002, Hong Myung-bo guida dalla panchina una nazionale che continua a vincere e a raccontare molto più del calcio. Tra Hallyu, K-pop, moda e una rimonta all’esordio contro la Cechia, la Corea del Sud arriva ai Mondiali 2026 con un’identità che nessun’altra squadra possiede. 👇

A Guadalajara, nel pomeriggio messicano che ha inaugurato il Mondiale della Corea del Sud, c’era anche un pezzo di storia rimasto sospeso per quasi un quarto di secolo.
Per chi in Europa scoprì davvero il calcio coreano nel 2002, il ricordo è inevitabile. Le piazze di Seoul invase dai Red Devils vestiti di rosso, l’incredibile corsa fino alle semifinali, un Paese intero che trasformava il Mondiale organizzato in casa in un fenomeno collettivo. Per i tifosi italiani, naturalmente, quel ricordo ha contorni ancora più precisi: l’espulsione di Francesco Totti contro gli asiatici, il golden goal di Ahn Jung-hwan, le polemiche arbitrali che accompagnarono la direzione di Byron Moreno e una delle eliminazioni più discusse della storia azzurra.
Quella fu la prima volta in cui gran parte del continente si accorse della Corea del Sud. Ventiquattro anni dopo, sulla panchina dei Taeguk Warriors siede Hong Myung-bo, uno dei leader di quella nazionale arrivata fino alle semifinali. Allora guidava la squadra dal centro della difesa. Oggi la guida da commissario tecnico. Il cerchio si chiude, si, ma il mondo intorno è completamente diverso.
Al Mondiale del Qatar del 2022 bastò una distinta per rendersene conto. Nella gara d’esordio contro l’Uruguay, il telecronista della Rai si trovò davanti una formazione in cui cinque difensori condividevano lo stesso cognome. Il risultato fu una sequenza diventata virale nel giro di poche ore: “Kim Kim Kim, Kim Kim”. Una scena tanto involontariamente comica quanto comprensibile. Difficile orientarsi diversamente.
Mentre in Italia si rideva con affetto di quell’episodio, però, dall’altra parte dei social stava succedendo qualcosa di inaspettato. O forse neanche troppo. Cho Gue-sung, attaccante allora poco conosciuto fuori dall’Asia, veniva scoperto da milioni di utenti non soltanto per i gol segnati. Nel giro di pochi giorni il suo volto comparve su Vogue, sulle copertine delle riviste internazionali e nelle classifiche degli sportivi più cercati online.
Da una parte la goffaggine bonaria di una telecronaca diventata meme. Dall’altra l’improvvisa trasformazione di un centravanti in fenomeno pop. Due immagini apparentemente scollegate che in realtà raccontavano la stessa cosa: la Corea del Sud contemporanea è un ecosistema culturale prima ancora che una semplice selezione calcistica.
Quando arriva a un Mondiale, infatti, porta con sé un pubblico che va molto oltre gli appassionati di calcio.
Negli ultimi dieci anni Seoul è diventata uno dei centri culturali più influenti del pianeta. I BTS hanno ridefinito il concetto di pop globale, le Blackpink sono diventate una presenza stabile nelle classifiche occidentali, Parasite ha conquistato gli Oscar, Squid Game ha riscritto i parametri delle produzioni televisive internazionali. Poi ci sono la moda, la cosmetica, il design, la musica, un insieme di linguaggi che gli studiosi descrivono con un termine ormai entrato nel lessico accademico: Hallyu, l’onda coreana. Il calcio, naturalmente, viaggia dentro questa stessa corrente.
Lo si è visto anche nei giorni precedenti all’esordio mondiale. All’arrivo della nazionale a Guadalajara, Son Heung-min e compagni sono stati accolti da mariachi, richieste di selfie e centinaia di tifosi lungo le strade. Per qualche ora la città messicana è sembrata una piccola estensione di Seoul. E non è un caso che molti dei video più condivisi dedicati alla nazionale coreana non utilizzi la canzone simbolo di quest’anno, ma Dynamite dei BTS o Dreamers di Jungkook, il brano simbolo di Qatar 2022 tornato improvvisamente a circolare sui social come se il tempo si fosse fermato.
Per il pubblico italiano il volto più familiare resta Kim Min-jae. Quando arrivò a Napoli nell’estate del 2022, ereditava un compito quasi impossibile: sostituire Kalidou Koulibaly. Nel giro di pochi mesi diventò invece uno dei simboli dello scudetto di Luciano Spalletti, imponendosi come uno dei difensori più dominanti del panorama europeo.
Poi c’è Son Heung-min, trentatré anni e quarto Mondiale in carriera. Nessun calciatore asiatico possiede oggi una riconoscibilità internazionale paragonabile alla sua. Potremmo azzardare a nominare, forse, soltanto Park Ji-sung. Son è di fatto il capitano, il riferimento tecnico ed emotivo, il volto attraverso cui il calcio coreano si presenta al mondo.
Accanto a lui cresce Lee Kang-in, formazione spagnola e sensibilità calcistica profondamente europea, uno dei volti più interessanti della nuova generazione. Quanto a Cho Gue-sung, tra infortuni, aspettative e un hype mai del tutto evaporato, rimane uno dei personaggi più riconoscibili dell’intero gruppo. La sua parabola racconta meglio di qualsiasi dato statistico quanto calcio e cultura pop si siano intrecciati nella Corea contemporanea.
Anche i dettagli più piccoli sembrano confermarlo. Per il Mondiale 2026 Nike ha affidato il kit coreano a G-Dragon e al suo marchio PEACEMINUSONE, unica rappresentante asiatica del progetto Nike X2. Il risultato è qualcosa che si colloca a metà strada tra una divisa sportiva e un oggetto della cultura K-pop. Persino la celebre margherita del brand di G-Dragon, stampata sulla suola delle scarpe da gioco, comunica un’identità che nessun’altra nazionale prova a costruire in modo così esplicito.
Poi, naturalmente, c’è stata la partita. La Corea del Sud ha battuto la Cechia 2-1, conquistando tre punti che la portano in vetta al Gruppo A insieme al Messico. Il risultato finale racconta una rimonta maturata dopo una prestazione largamente controllata dai coreani.
La nazionale di Hong Myung-bo ha tenuto il pallone, occupato stabilmente la metà campo avversaria e creato le occasioni migliori. Eppure al 59′ è stata la Cechia a passare in vantaggio, sfruttando una lunghissima rimessa laterale conclusa da Krejci.
Per qualche minuto è sembrato il classico copione crudele delle partite dominate ma non chiuse. La reazione, però, è arrivata immediatamente. Al 67′ Hwang In-beom ha trovato il pareggio con una splendida iniziativa personale, una giocata che gli è valsa anche il premio di migliore in campo. All’80’ è stato invece Oh Hyeon-gyu a completare la rimonta e fissare il risultato sul 2-1. Tre punti meritati, più che sofferti.
La nota più curiosa della giornata, però, non è arrivata dal campo. Nelle immagini televisive dello stadio Akron colpivano soprattutto i vuoti. Ampie porzioni delle tribune rosse apparivano deserte nonostante i dati ufficiali diffusi dalla FIFA parlassero di 44.985 spettatori su una capienza di 45.664 posti. Numeri difficili da conciliare con quanto mostrato dalle telecamere.
Il problema è noto da settimane. I biglietti più economici oscillavano tra i 400 e i 500 dollari in una delle città economicamente più fragili tra quelle coinvolte nel torneo, mentre molti posti hospitality dal valore superiore ai 5.000 dollari erano stati assegnati a sponsor e partner commerciali, finendo spesso inutilizzati. Ancora prima dell’inizio del Mondiale, sui canali ufficiali di rivendita risultavano disponibili quasi 180.000 biglietti. Fuori dagli stadi il Mondiale sembrava vivo, mentre dentro, almeno a tratti, appariva sorprendentemente vuoto.
La vittoria resta comunque il dato principale della serata. La Corea del Sud riparte da dove aveva lasciato: con un gioco riconoscibile, un capitano che continua a guidarla e una capacità rara di costruire attorno alla propria nazionale un immaginario che supera i confini dello sport.
Il prossimo avversario del girone è già all’orizzonte. Ma osservando questa squadra viene quasi da pensare che il risultato sia soltanto una delle storie possibili. Perché ogni volta che la Corea del Sud scende in campo, insieme al pallone arriva anche quella margherita stampata sulla suola che oggi la racconta al mondo.
