Oleo Bone
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“Chi sono?” “ Dove mi trovo?” : il doppio interrogativo dei giovani immigrati

La maggior parte degli adolescenti deve trovare una risposta in particolare alla prima di queste domande. I ragazzi vivono un periodo delicato della loro vita, in cui devono fare i conti con le emozioni contrastanti, i conflitti interiori e le mille insicurezze che questa fase porta con sé. Per questo, durante l’adolescenza, accade spesso che non ci si riconosca più e si vada alla ricerca di una propria identità. Si tratta, dunque, di un momento davvero difficile che merita di essere attenzionato e in cui il giovane deve essere sostenuto e trovarsi il più a suo agio possibile.  

Non tutti però hanno la possibilità di trovare questo conforto e aiuto. Al contrario, alcuni devono affrontare un ulteriore grandissimo cambiamento: l’emigrazione o il fatto di trovarsi già, come figli di immigrati, in un Paese straniero. 

Proviamo un attimo a metterci nei panni di qualcuno che, all’improvviso, è costretto ad abbandonare e perdere tutto ciò che conosceva, tutto ciò che fin dalla nascita è stata la sua casa. Una casa che però non ha costituito un rifugio, come dovrebbe essere, ma è diventata un luogo da cui bisogna fuggire per salvarsi, per sopravvivere. Migliaia di giovani devono perciò andar via nella speranza di avere un futuro migliore, emigrando in altri paesi con più possibilità. 

Questa condizione è già, di per sé, una situazione traumatica vista la presenza dei numerosi cambiamenti della realtà contestuale, con le relative e spesso “catastrofiche” ripercussioni sul proprio mondo interiore. Ed è un cambiamento di tale portata che può far dubitare anche della propria identità. Costruire un ponte fra culture diverse che portano visioni differenti in merito ai significati esistenziali e non, può costituire una fatica difficile da sostenere per un giovane immigrato. È stata rilevata in merito la frequente presenza di comportamenti difensivi come, ad esempio, la negazione di aspetti positivi riguardanti le proprie origini.  

Quello che questi ragazzi devono affrontare è un vero e proprio sconvolgimento dei propri valori e punti di riferimento, un qualcosa che lascerà per sempre il segno, ragion per cui è bene che vengano adeguatamente aiutati. E vivono, quindi, un doppio “passaggio traumatico”, una duplice transizione: dall’infanzia alla vita adulta e da un paese, con tutto il suo sostrato culturale, ad un altro. 

Consapevoli di questo, quindi, siamo in dovere di ospitarli e sostenerli perché possano integrarsi in un mondo per loro del tutto nuovo da tutti i punti di vista. 

Ed ecco perché lo scrittore Ben Jelloun definisce la condizione dell’adolescente migrante “di solitudine estrema”: ciò richiama il nostro impegno ad accogliere le differenze culturali, apprendere da queste e condividere le nostre affinché si possa offrire loro una “casa” (ovvero un’ancora interiore, una vita vera nonché un luogo anche fisico) a misura d’uomo.  

Costanza Di Mauro e Michela Rossitto

Liceo Classico Europeo del Convitto Nazionale Mario Cutelli IVC

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