Gender equity, Italia al 63°posto

L’indice che misura il divario di genere, contenuto nella pubblicazione annuale del WEF, ha relegato il nostro paese in sessantatreesima posizione per il 2022. Nonostante l’anno passato abbia visto per la prima volta una donna assumere l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri, l’Italia ha ancora tanta strada da percorrere sul tema della Gender equity.

Gender equity
Fonte immagine: Valore D

Secondo il parere dei massimi analisti in materia, per colmare un gap come quello italiano ci vorranno almeno 60 anni. Ma cosa si intende davvero per uguaglianza di genere? Sostanzialmente il riferimento è ad una piena ed effettiva partecipazione di qualunque cittadino/a alla vita economica, politica e sociale del proprio paese. Un’uguaglianza auspicata in primis dall’Organizzazione delle Nazioni Unite ma che sembra non trovare completa attuazione se si guarda al caso italiano.

A dispetto delle molte norme che regolano la parità di genere anche in Italia e in Europa, le donne attualmente occupate sono il 76% contro il 79 degli uomini ma se le donne hanno almeno un figlio a carico, vedono scendere la loro percentuale occupazionale al 71% mentre per gli uomini il tasso addirittura sale ad oltre l’89%. Anche in questo ambito appare singolare come nonostante vi siano leggi che tutelano le donne (vedasi la nomina della consigliera nazionale per la parità di genere) l’Italia rimanga il fanalino di coda dei paesi europei.

Chi è chiamato ad occuparsi delle pari opportunità secondo la legge italiana? E’stabilito che sia compito del Presidente del Consiglio non solo promuovere le azioni di governo in tal senso ma anche rimuovere le discriminazioni, vigilando sull’utilizzo dei fondi europei destinati allo scopo. Persino il Consiglio Europeo ha di recente riaffermato l’impegno dell’Unione di attenuare le disparità di genere sul lavoro, nella protezione sociale, nell’educazione e nella famiglia.

Posto che l’Italia di certo non brilla per Gender equity, nonostante non manchino le leggi in materia, appare evidente che soltanto attraverso un grande sforzo culturale che abbatta i retaggi antifemministi del passato si potrà puntare alla progressiva riduzione di un divario che ad oggi risulta ancora considerevole. Il lavoro forse più importante da portare avanti è quello che riguarda la mentalità di un paese come il nostro che sembra continuare a strizzare l’occhio a vecchi stereotipi che giunti ormai al 2023 non hanno alcun motivo di esistere, se mai lo hanno avuto.

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