La Sicilia perde 44 milioni del PNRR. Il paradigma dell’agonia del Meridione
44 milioni in Sicilia, 113 in tutta Italia. Sono queste le cifre di un vero e proprio disastro politico e amministrativo, di un conto che saremo costretti a pagare ancora una volta tra i disagi di opere non realizzate e la consapevolezza di aver perso l’ennesima occasione. La scadenza fissata al 30 giugno scorso per l’aggiudicazione degli appalti non è stata difatti rispettata, facendo così scattare il definanziamento delle somme precedentemente stanziate.
In virtù di ciò qualche giorno fa, attraverso un decreto del Ministero dell’Interno, sono stati perciò revocati diversi dei milioni dei fondi PNRR previsti e destinati alla rigenerazione urbana. Nel mirino sono finiti tutti quei comuni che non hanno rispettato le scadenze concordate per l’avanzamento dei progetti. Un dato allarmante, soprattutto se si pensa all’impatto che queste cifre avrebbero avuto qualora fossero state impiegate in progetti dei quali la Sicilia in particolar modo e tutto il territorio italiano mostrano continuamente la necessità.
Le ragioni del fallimento
Il dato più allarmante riguarda appunto la Sicilia. Palermo perde circa 20 milioni di euro destinati a tutto il proprio territorio, mentre altri capoluoghi di provincia e comuni siciliani si vedono costretti a trovare nuovi fondi per finanziare nuovamente i progetti o a ritirarli, in un tragico e triste dietrofront che risulta essere secondo soltanto ai casi in cui non si è trovato neanche un progetto da presentare, un’idea da avanzare.
Perché l’infelice parabola siciliana e del sud intero si declina anche e soprattutto così: incapacità di progettualità, inadeguatezza nel dare concretezza alle idee, superficialità nello sfruttare e nel valorizzare le proprie risorse (in particolare quelle umane). Perdere questi fondi del PNRR si traduce nella testimonianza di un fallimento che infligge un duplice colpo a determinate realtà. Da una parte c’è la perdita di un’occasione di rilancio per il territorio, la possibilità di compiere un passo utile a ridurre il gap con altre città e altri paesi europei, dall’altra parte si realizza l’ennesimo danno alle generazioni più giovani che nel proprio territorio vorrebbero investire e far confluire la propria formazione.
I dati che fanno tremare il sud
L’immobilismo di alcune amministrazioni è quindi il sintomo di una mancata valorizzazione della risorse umane, con possibili progetti che spesso non possono essere finanziati o finiscono per essere soffocati dalla burocrazia o dalla cattiva gestione, proprio come in casi del genere. La possibilità di coltivare un qualcosa diventa la frustrazione che spinge ad andare altrove. Uno scenario che non è solo narrazione critica ma la fredda e schiacciante testimonianza dei dati. Basta sfogliare infatti l’ultimo rapporto SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che mostra come nel 2024 oltre il 73% della perdita di popolazione del Mezzogiorno sia stata il risultato di trasferimenti verso il Centro-Nord, interessando i giovani che si trovano nella fascia d’età tra i 20 e i 34 anni.

Nel report “Un Paese, due emigrazioni”, pubblicato da SVIMEZ e Save the Children nel febbraio 2026, si legge inoltre come tra i laureati meridionali che decidono di svolgere gli studi universitari in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% rimanga poi a lavorare al Centro-Nord a tre anni dal titolo. Se si tiene conto di chi va poi all’estero rimane una percentuale davvero esigua e spaventosa. Il rapporto Cnel-Cgil evidenzia come negli ultimi 13 anni la Sicilia abbia perso 163 mila giovani, un dramma demografico ma anche economico e produttivo. Sull’orlo del pozzo si vedono i milioni del PNRR persi, sul fondo di questo, lo stesso verso il quale stiamo precipitando, c’è però molto di più.
L’esodo verso l’estero
Il problema, pur interessando soprattutto le aree meridionali, si estende a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale. Tra il 2011 e il 2024 circa 630 mila giovani italiani hanno lasciato il nostro paese, tanti dei quali laureati. Un esodo che ci costa ogni anno tra i 5 e i 15 miliardi, senza contare le somme investite nella loro formazione (un dato sul quale per altro siamo in ritardo rispetto ad altre nazioni).

Verso le prossime elezioni
Mentre la Sicilia vive quotidiane difficoltà infrastrutturali, come testimoniato in questi giorni dell’emergenza dell’aeroporto di Catania, i siciliani dovranno fare i conti con l’ennesimo spreco di risorse e di occasioni. In lontananza si sentono già i primi schiamazzi della corsa agli scudi per le prossime elezioni regionali. Faranno rumore le critiche agli avversari politici, qualche candidatura si prenderà la scena, gli attacchi e le accuse formeranno un terreno di scontro nel quale i siciliani avranno invece l’onere di cercare le proposte, di individuare i buoni amministratori. Le parole le porta via il vento sì, ma ad oggi trascina con sé un aquilone di tanti giovani e altrettanto futuro mancato.
Una realtà che spreca è una realtà che accetta di morire, un territorio che non si dà da fare per valorizzarsi sta sfrattando chi si vuole rimboccare le maniche, una terra che diventa passiva non può essere quella per la quale ieri abbiamo lottato e sulla quale abbiamo sudato, deve essere piuttosto quella che oggi esaltiamo e portiamo avanti. Agli amministratori il dovere di valorizzare le risorse del territorio, ai cittadini quello di continuare a coltivare le proprie aspirazioni e il proprio impegno. Le prossime elezioni regionali consegneranno a tutti delle risposte.
