USA, Midterm 2026: come l’America ha voltato le spalle a Trump
Dalla riconquista democratica del Senato alla svolta texana, le Midterm 2026 ridisegnano gli equilibri politici americani. A pesare è soprattutto il costo della vita, che ha spinto una parte degli elettori di Trump a cambiare campo. E intanto il nuovo volto del Senato racconta un Paese che cambia anche nella sua rappresentanza. 👇

I democratici conquistano Camera e Senato, ribaltano almeno sette seggi repubblicani in Stati molto diversi tra loro e riconquistano terreno in un’America che due anni fa aveva scelto Donald Trump. Questi i risultati delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, i quali consegnano al presidente una sconfitta su entrambi i fronti del Congresso.
Il motivo principale, secondo i sondaggi di questa stagione elettorale, è lo stesso che aveva favorito la sua vittoria nel 2024: il costo della vita. Tra i risultati della notte, il più clamoroso arriva dal Texas, dove James Talarico ha battuto Ken Paxton, riportando un democratico al Senato dopo quasi quarant’anni.
Il Senato passa ai democratici con almeno 54 seggi, mentre restano aperti i risultati in Mississippi e Alaska. I democratici hanno strappato ai repubblicani, oltre al Texas, l’Ohio, dove Sherrod Brown è tornato a vincere, e il North Carolina, conquistato da Roy Cooper. In Michigan Abdul El-Sayed ha difeso il seggio democratico battendo Mike Rogers, il candidato sostenuto da Trump. In Georgia Jon Ossoff ha conservato il proprio seggio, sconfiggendo Mike Collins, scelto dal presidente. I democratici hanno inoltre tenuto tutti i seggi che dovevano difendere. La sconfitta repubblicana attraversa così territori e realtà politiche differenti. Difficile, quindi, archiviarla come una semplice oscillazione locale.
Le midterm americane hanno spesso il sapore di un processo al presidente. Dopo due anni di governo, gli elettori presentano il conto e verificano le promesse. Trump ha ricevuto un giudizio particolarmente severo perché la sua sconfitta si è consumata sul terreno che aveva scelto come principale argomento di vittoria. Nel 2024 molti americani lo avevano votato convinti che avrebbe rimesso in ordine l’economia. Secondo i sondaggi della vigilia, il costo della vita era il problema più pesante di queste elezioni e ha trasformato quella fiducia in delusione.
C’è una logica quasi brutale in questo risultato. Gli elettori possono discutere di immigrazione e politica estera, ma quando entrano in cabina elettorale portano con sé anche il prezzo della spesa quotidiana. Trump aveva saputo raccogliere la rabbia di chi riteneva di non arrivare più alla fine del mese. Adesso una parte di quell’elettorato ha scelto di rivolgersi ai democratici. È il voto del rimpianto, una scelta che può nascere anche senza una nuova adesione ideologica. A volte basta voltare le spalle a chi aveva promesso una soluzione.
La rivalsa del Texas

Il Texas offre una conferma di questo cambiamento. Talarico ha sconfitto Paxton e riportato un democratico al Senato per la prima volta dal 1988. È anche la prima vittoria democratica in un’elezione statewide dal 1994. Trump aveva puntato tutto su Paxton. Talarico ha raccolto circa il 55% dei voti, con un margine superiore alle previsioni dei sondaggi della vigilia. Paxton ha ammesso la sconfitta poco dopo le dieci di sera. E nella stessa notte, Gina Hinojosa ha battuto il governatore Abbott.
Il risultato assume un peso particolare perché nel 2025, su richiesta di Trump, i repubblicani avevano ridisegnato i collegi texani a proprio vantaggio. Alle elezioni statewide per il Senato e il governatore, però, gli elettori hanno scelto diversamente. Secondo i sondaggi della vigilia, una parte degli elettori latini che nel 2024 aveva scelto Trump guardava ora ai democratici, mentre i latini delle aree rurali restavano più vicini ai repubblicani. La comunità non vota come un blocco e le appartenenze etniche, da sole, spiegano sempre meno le scelte politiche.
Le linee di divisione del voto non si fermano al Texas. Il livello di istruzione e il territorio sono diventati due importanti fattori di divisione del consenso americano. Secondo un sondaggio New York Times/Siena di settembre, persino i bianchi senza laurea, il nucleo più solido del suo elettorato, disapprovavano con un margine netto la gestione del costo della vita. La protesta economica ha raggiunto anche una parte di quelli che avevano sostenuto Trump proprio perché prometteva di occuparsi dei loro problemi.
Il punto di vista sociologico
La notte elettorale ha cambiato anche il volto del Senato. In Michigan, Abdul El-Sayed è diventato il primo musulmano eletto nel Senato. Peggy Flanagan, per il Michigan, è la prima donna nativa americana eletta al Senato. In New Hampshire Chris Pappas è il primo uomo apertamente gay eletto al Senato, dove Tammy Baldwin, eletta per la prima volta nel 2012, siede già come senatrice apertamente gay.
Trump esce dalle elezioni con un problema che va oltre la perdita della maggioranza. Aveva costruito il proprio consenso promettendo di restituire sicurezza economica a una parte degli americani che si sentiva trascurata.Con la maggioranza in entrambe le camere i democratici guideranno anche i comitati e i poteri di indagine, e il presidente degli Stati Uniti perde il controllo dell’agenda parlamentare.
Prima del voto il presidente aveva dichiarato che avrebbe accettato i risultati soltanto se fossero stati onesti. Dopo la sconfitta ha riconosciuto la nuova maggioranza. Trump conserva il potere di veto. Per superarlo servono i due terzi di entrambe le camere, una soglia che i democratici da soli non raggiungono e che richiederebbe quindi anche voti repubblicani. Ad ogni modo, terminati i conteggi e le analisi dei voti, il nuovo Congresso si insedierà a partire da 3 gennaio 2027. Il mandato presidenziale terminerà a gennaio 2029. Si apre quindi un biennio nel quale il presidente dovrà governare con un Congresso controllato dai suoi avversari.
Per un lettore italiano, il risultato americano offre una lezione che riguarda anche le democrazie europee. I partiti tendono a spiegare il consenso attraverso le appartenenze culturali e le grandi battaglie ideologiche. Ma gli elettori possono cambiare orientamento per ragioni molto più concrete. Il caro vita e la sensazione che il proprio lavoro non basti più a garantire una vita dignitosa continuano a pesare sulle scelte politiche.
La sconfitta di Trump racconta un Paese nel quale le appartenenze restano forti, ma non bastano a proteggere un presidente dal giudizio degli elettori. Nel 2024 una parte degli americani aveva scelto Trump per l’economia. Nel 2026 lo ha giudicato, e punito, sullo stesso terreno.
