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Una foto è una foto è una foto è una foto: Silvia Camporesi e il paradosso delle immagini

Silvia Camporesi presenta il suo primo saggio all’Accademia di Belle Arti di Catania, a commentare insieme a lei anche i docenti Rosario Antoci e Carmelo Nicosia. Dopo un tour per la presentazione del suo libro, che la vede in tutta Italia, Silvia Camporesi porta il suo ultimo lavoro anche in Sicilia.

Una foto è una foto è una foto, una bellissima citazione quella di Silvia Camporesi che, facendone quasi un mantra, omaggia Gertrude Stein con la sua celebre citazione “una rosa è una rosa è una rosa…”. La fotografia viene qui indagata, sviscerata, analizzata dal suo passato al contemporaneo. Camporesi, laureata in filosofia, indaga il linguaggio fotografico e videografico già dal 2000, con questo libro – il suo primo saggio Einaudi – analizza il linguaggio fotografico ma senza mai inserire una foto all’interno.

Azione straordinaria e alquanto azzardata – se si pensa che è un libro di fotografie – in quanto la sua analisi e l’assenza di foto ci costringono a pensare a cosa ci si presenta davanti ogni giorno, sotto forma di immagini, e senza che realmente gli prestiamo attenzione.

Il testo tratta due rivoluzioni visive, partendo dalla nascita della fotografia fino all’avvento dell’intelligenza artificiale, un viaggio tra passato e presente, un continuo rimbalzare tra due mondi totalmente differenti ma in relazione tra loro, in qualche modo, tutto torna e si riflette nella società attuale.

In un mondo che è già saturo di immagini, cosa ci spinge, ad oggi, a creare in modo massivo altre immagini? Uno dei temi da lei affrontati è l’evoluzione sociale della fotografia, in cui si innesca una sorta
di democrazia della fotografia che da oggetto per pochi diventa oggetto di uso quotidiano, disponibile per tutti e, ad oggi, quasi un elemento essenziale.

Ad oggi la fotografia cambia totalmente nell’ideale sociale, che da ricordo, da testimone di realtà, diventa piuttosto una conferma dell’essere al mondo, o meglio, di esistere all’interno di un contesto sociale. Camporesi osserva come il passaggio da un mondo analogico ad un mondo digitale non abbia solamente accelerato la produzione di immagini, ma abbia modificato la percezione stessa della vita. Ogni più piccola esperienza, gesto, ormai è filtrato dalla sua possibilerappresentazione, dall’essere “instagrammabile”.

Tutto questo Camporesi lo racchiude perfettamente nel capitolo dedicato all’overtourism, in cui tratta ampiamente l’argomento ponendo in esempio anche il modo in cui un video, pur banale, possa essere causa di overtourism; è il caso, ad esempio, del video di Justin Bieber girato in un fiordo norvegese, quasi remoto, che, dopo quel video, viene improvvisamente travolto da turisti e fan, così tanto da essere chiuso.

Il libro non ha un vero e proprio filo temporale ma si muove intrecciando momenti storici a riflessioni, aneddoti, costruendo un percorso intuitivo che porta il lettore a porsi delle domande, ad indagare il fiume di immagini a cui – oramai – siamo immersi giorno per giorno, una sorta di rumore visivo, che ci costringe ad esistere solo se ne abbiamo un’immagine.

Silvia Camporesi ci invita ad avere uno sguardo più profondo, più attento. Agli studenti dell’Accademia di Belle Arti ha suggerito di nutrirsi sempre e incondizionatamente di arte, per nutrire la loro creatività come artisti e per non cadere nell’oblio delle immagini tutte
uguali