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Omicidio Mattarella. La centralità del guanto che ha portato agli arresti domiciliari Filippo Piritore

L’ombra di una parte malata di istituzione si allunga sul depistaggio dell’omicidio di Piersanti Mattarella, ex Presidente della Regione Siciliana, assassinato dalla mafia il 6 gennaio del 1980. 45 anni dopo la Procura di Palermo rende noto di aver individuato nella persona di Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra Mobile di Palermo ed ex prefetto la figura che fece sparire il guanto che il killer perse nella 127 usata per compiere l’agguato. Per Piritore applicata la misura degli arresti domiciliari. Il suo legale annuncia già il ricorso al Riesame.

L’accusa nei confronti di Piritore

Secondo i magistrati di Palermo Filippo Piritore avrebbe “reso dichiarazioni rivelatesi del tutto prive di riscontro, con cui ha contribuito a sviare le indagini funzionali (anche) al rinvenimento del guanto (mai successivamente ritrovato)”. All’epoca lo stesso era funzionario di polizia e fu uno dei primi a giungere sul luogo del ritrovamento dell’auto abbandonata dai killer. Durante i primi rilievi la scientifica fotografò l’abitacolo della 127, all’interno del quale si nota chiaramente un guanto di pelle marrone sotto il sedile anteriore. Certamente un elemento centrale per poter individuare l’esecutore materiale dell’omicidio Mattarella, figura mai individuata fino ad oggi. Sarebbe stato proprio l’ex funzionario di polizia a prelevare il guanto mai più ritrovato.

Foto Letizia Battaglia

Nel dicembre del 2024, ai P.M. che lo avevano ascoltato Piritore aveva reso delle dichiarazioni giudicate “infondate o false o comunque tacendo su ciò che poteva conoscere”, portando gli stessi ad affermare: “Filippo Piritore, consegnatario del guanto sin dal momento del suo ritrovamento, pose in essere un’attività che ne fece disperdere ogni traccia. Essa iniziò probabilmente a partire dall’intervento sul luogo di ritrovamento della Fiat 127, ove indusse la Polizia scientifica a consegnargli il guanto, sottraendolo al regolare repertamento e contrariamente a ciò che di norma avveniva in tali circostanze”.

L’azione dei giudici si basa sulla ferma convinzione di come “le indagini sull’omicidio dell’ex presidente della Regione Mattarella furono gravemente inquinate e compromesse da appartenenti alle istituzioni che, all’evidente fine di impedire l’identificazione degli autori del delitto, sottrassero dal compendio probatorio un importantissimo reperto, facendone disperdere definitivamente le tracce”

La centralità del guanto

Dell’omicidio Matterella furono ritenuti mandatari i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, insieme a loro Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Antonino Geraci e Gaetano Badalamenti. Alla base la decisione di stroncare l’opera di contrasto della criminalità che il presidente siciliano stava portando avanti, unitamente al tentativo di riformare l’amministrazione regionale. Non sono mai stati individuati invece gli esecutori materiali dell’agguato.

In questo contesto si inserisce la centralità di una prova come quella di guanto. Nel tempo infatti una prova come questa avrebbe permesso la realizzazione di indagini non indifferenti da parte della scientifica, su tutte l’esame del DNA. La precisione dello stesso avrebbe infatti permesso di inchiodare la mano che ha premuto il grilletto e che freddò Piersanti Mattarella.

Le indagini sui responsabili materiali

La Procura di Palermo nel tempo non ha comunque smesso di indagare sugli esecutori materiali. Circa la responsabilità diretta dell’omicidio, all’inizio di quest’anno, sono emersi i nomi di due nuovi indagati. Si tratterebbe di due membri di Cosa Nostra già condannati all’ergastolo per molteplici omicidi: Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese. Nel 1980 avevano rispettivamente 27 e 21 anni. Le indagini continueranno ma l’assenza di una prova come quella del guanto ha un peso assai decisivo.