Il silenzioso genocidio degli Hazara. Le parole di chi chiede aiuto per suo fratello e per il suo popolo
Alimentata da un clima di impunità e da un silenzio internazionale assordante, la vicenda che colpisce gli Hazara in Afghanistan è una profonda ferita di un popolo che soffre. Da decenni vittime di persecuzioni e violenze per motivi di etnia e religione, sono migliaia gli Hazara che combattono ogni giorno per sopravvivere e che cercano di rifugiarsi in paesi come l’Iran e il Pakistan, non trovando ugualmente quella protezione che risulta sempre più necessaria per salvarli dalla repressione attuata contro di loro. Governi autoritari, gruppi estremisti sunniti e milizie etniche rivali sono stati e sono ancora oggi i principali persecutori.
Si inserisce in questa cornice il grido di aiuto di chi è riuscito a scappare da quella realtà fatta di violenze e di morte e di chi allo stesso tempo non ha mai eliminato lo strazio per le sofferenze dei suoi familiari e del suo intero popolo. Sono proprio questi i motivi che hanno spinto Karim (nome inventato per mantenere l’anonimato e la sicurezza) a chiedere aiuto per far conoscere la storia e le atrocità che soffre il popolo Hazara e per salvare il fratello Mehdi (anche questo nome di fantasia).
-Karim, puoi raccontarci brevemente la tua vicenda e come sei arrivato in Italia?
Mi chiamo Karim e vengo dall’Afghanistan. Sono Hazara. Oltre al mio lavoro, prima dell’arrivo del gruppo terroristico dei Talebani (Taliban) ero attivo nell’educazione e nella difesa dei diritti delle donne. A settembre 2022 sono arrivato in Italia per fuggire proprio dai Taliban. In un’università del nord Italia nel marzo di quest’anno ho conseguito la laurea magistrale e attualmente lavoro come ricercatore presso lo stesso ateneo, mentre dal novembre prossimo inizierò il dottorato.
-Chi è tuo fratello Mehdi e qual è la sua storia?
Mehdi è mio fratello più piccolo. Diversamente da me, lui combatteva in prima linea contro i Taliban: era soldato in una forza locale di resistenza nella provincia di Maidan Wardak, in Afghanistan. Noi Hazara abbiamo una lunga storia di discriminazione, privazione dei diritti fondamentali e di non essere considerati cittadini uguali. A cavallo tra l’800 e il ‘900 abbiamo vissuto anche un sanguinoso genocidio in terra afghana, sotto il leader pashtun Amir Abdurrahman Khan. Questo è il motivo per cui io lavoravo per la mia comunità a Kabul come attivista per l’educazione e i diritti umani e Mehdi combatteva fisicamente contro i Taliban, coloro che rappresentano in un certo senso l’estremismo pashtun, non con la diplomazia, ma da un’altra prospettiva del nazionalismo complicato (Pashtunismo: “L’Afghanistan per gli afghani”, ma gli “afghani” solo pashtun).
Ti racconto solo una piccola parte di ciò che ho vissuto come Hazara. Mio padre era insegnante, ma ha dovuto lasciare il lavoro perché i Taliban non permettevano di insegnare alla nostra gente. Molti suoi colleghi sono stati uccisi, decapitati con cavi. Mio padre riceveva minacce continue e non poteva andare avanti. Nei centri scolastici dove insegnavo e facevo volontariato, durante il governo di Ashraf Ghani – che sembrava una democrazia – molte scuole e centri educativi sono stati bombardati, e abbiamo perso centinaia di studenti.

-Com’è riuscito a sopravvivere e a fuggire dopo la sconfitta delle forze di resistenza?
Quando i Taliban hanno preso il controllo del paese, stavano già perdendo molte persone e resistere non era più una scelta possibile. Si poteva solo cercare di salvare la vita rimasta. Mehdi non è riuscito a fuggire subito da Maidan Wardak (Behsood), perché i confini provinciali erano sotto controllo dei Taliban. È rimasto nascosto per un po’ nelle case della gente del posto, che lo proteggeva perché sapeva che faceva parte delle forze locali di resistenza. Anche loro erano Hazara. Ma non è durato a lungo. I Taliban avevano le liste di tutti quelli coinvolti nella resistenza. Hanno iniziato a cercare, a fare domande e persino a minacciare la gente del posto: “Se non sono fuggiti, dove sono i loro corpi? Dove sono sepolti?”
Da lì, Mehdi con alcuni suoi compagni è riuscito a scappare verso Kabul attraverso le montagne. In quel periodo la mia famiglia viveva a Kabul e lui è venuto da noi. Ma anche lì non è durato molto. I Taliban sono arrivati a casa e hanno chiesto dove fosse Mehdi , visto che ancora non lo avevano trovato. A Kabul, hanno presto trovato uno dei suoi amici, che è sparito. Qualche tempo dopo, alla sua famiglia è stato chiesto di ritirare il suo corpo.
Mio fratello ha vissuto cambiando casa tra i nostri parenti. Anche questo non è durato, perché i Taliban hanno annunciato che chiunque aiutasse i fuggitivi sarebbe stato considerato colpevole allo stesso modo. Alla fine, ha dovuto fuggire in Iran via terra. In Iran, i loro comandanti speravano di ottenere un permesso di soggiorno. Ma non sono riusciti a ottenere nulla nemmeno lì.
-Cosa sai circa le condizioni in cui vive oggi Mehdi in Iran?
Sono in contatto con lui. Prima della guerra tra Israele e Iran lavorava in una fabbrica di falegnameria. Era in una zona lontana di Teheran, poco visibile e con scarso accesso da parte della polizia. Dopo lo scoppio della guerra, la situazione è cambiata radicalmente: il governo iraniano ha iniziato a deportare tutte le persone provenienti dall’Afghanistan. Questo lo ha molto preoccupato e anche io sono in ansia per lui.
Ha scoperto che i Taliban, al confine tra Iran e Afghanistan, controllano ogni persona che rientra e registrano i dati biometrici. Mi ha detto che, così non può nemmeno arrivare a Kabul: già a Herat i Taliban lo arresterebbero. Come me, anche lui sta cercando una via per lasciare l’Iran ma non per tornare in Afghanistan.
-Cosa significa oggi essere Hazara in Afghanistan? E perché gli Hazara sono particolarmente vulnerabili sia sotto il regime talebano che in Iran?
In Afghanistan, come ho già detto, storicamente abbiamo avuto molti problemi e non siamo mai stati trattati come cittadini uguali agli altri. Ci sono due spiegazioni comuni: la prima riguarda la nostra etnia, la seconda la nostra religione. Noi Hazara non seguiamo lo stesso ramo dell’Islam delle altre tribù, soprattutto dei Pashtun. I Pashtun sono sunniti, mentre gli Hazara sono sciiti. Come si può leggere nei libri di storia, anche nell’ordine di genocidio di Amir Abdur Rahman Khan si cita il fatto che gli Hazara “non sono musulmani”.
In più gli Hazara sono diversi anche nell’aspetto. Non assomigliamo alle altre tribù, soprattutto ai Pashtun. E nella nostra lunga storia c’è anche questo: siamo stati spesso presi in giro per la forma degli occhi, del naso, del viso… e purtroppo questo succede ancora oggi.
Io personalmente penso che la vera ragione dell’odio dei Pashtun contro gli Hazara sia legata al potere e alla politica. Faccio un solo esempio: gli Hazara sono molto impegnati nello studio, lavorano duramente e sono il gruppo etnico più istruito del paese. Anche durante il periodo democratico, alcuni leader pashtun si lamentavano apertamente, persino minacciando il Parlamento, dicendo che più del 70% delle università pubbliche e delle facoltà importanti erano occupate dagli Hazara.
Il fatto che io fossi attivo nell’educazione e che le nostre scuole e centri educativi siano stati bombardati, come ho raccontato prima, si collega a questa realtà.
In Iran, penso che la situazione per le persone provenienti dall’Afghanistan sia più o meno simile per tutti, tranne che per gli Hazara. Gli Hazara non hanno il sostegno di un governo nel loro paese, nemmeno quello dei Taliban, per fare pressione sul governo iraniano affinché non li tratti in modo disumano. Come sai, i governi di Iran e dei Taliban hanno buoni rapporti.
Inoltre, gli Hazara hanno un aspetto diverso rispetto agli altri gruppi, come i Pashtun e i Tajik. È proprio il volto che rende facile per gli iraniani riconoscere un Hazara o una persona dell’Afghanistan, che spesso chiamano semplicemente “afghani”. Per le altre tribù, come Pashtun e Tajik, che somigliano di più agli iraniani, è difficile riconoscerli come afghani a meno che non si guardi il documento d’identità.

Personalmente, penso che la principale ragione per cui gli Hazara sono più vulnerabili in Iran sia il fatto che non hanno alcun sostegno politico, né una leva di potere come altre tribù. Ed è proprio questo che li rende più esposti e indifesi.
-Se Mehdi tornasse in Afghanistan troverebbe la morte come tanti dei suoi compagni, quali sono le testimonianze di queste uccisioni?
È una risposta ovvia, è solo questione di tempo, che sia presto o tardi. Per quanto ne so, tutti i suoi compagni sono o in Iran o in Pakistan, tranne pochi che sono riusciti a lasciare questi due paesi per destinazioni sicure. Quelli che non sono riusciti nemmeno a fuggire in Iran o Pakistan, come uno vicino ad Mehdi, sono stati uccisi: uno di loro è stato assassinato circa due o tre mesi fa a Kabul, nel quartiere di Dasht-e-Barchi, dove vivono soprattutto Hazara.
Come ho detto prima, i Taliban registrano le impronte digitali di chi ritorna dall’Iran al confine. Anche se Mehdi riuscisse a passare e ad entrare nel paese, non potrebbe andare a Kabul. I Taliban hanno già chiesto di lui ai vicini più volte da quando è andato in Iran. Mehdi ha saputo queste notizie da persone e famiglie che conosciamo. Lui sa bene cosa lo aspetta, perché ha visto e sentito con i propri occhi cosa è successo ai suoi compagni.
-Hai un appello specifico da fare alle autorità italiane o internazionali?
Sì, il mio appello è chiaro e urgente. Chiedo alle autorità italiane e internazionali di prestare attenzione alla condizione delle persone come mio fratello, che rischia la vita se viene rimpatriato in Afghanistan. Non ha protezione, non ha uno Stato che lo tuteli, e se viene identificato dai Taliban sarà arrestato o peggio.
Ci sono migliaia di persone che non hanno nemmeno un fratello come Mehdi, e la loro voce non viene mai ascoltata. Uno di loro è tornato in Afghanistan qualche settimana fa, e subito dopo è stato ucciso dai Talebani.
-Cosa può fare chi ascolta questa storia?
È molto difficile dire cosa chiedere, non so nemmeno io cosa fare. Ho bussato a tutte le porte: ambasciate di alcuni paesi europei a Teheran, UNHCR, organizzazioni italiane… ma nessuna risposta. Mi sento un po’ deluso.
Eppure, se c’è un modo o un mezzo con cui puoi aiutare, ti chiedo di condividere questa storia, di parlarne, non solo di Mehdi , ma di tutti coloro che in questi giorni vengono forzati a tornare in Afghanistan, nel territorio dei Taliban, verso un destino mortale.
Non riesco nemmeno a parlare delle ragazze e delle donne: è una vera tragedia in Afghanistan.
Per favore, fate tutto ciò che è possibile!
-Soprattutto quando pensi ad Mehdi e a quello che sta vivendo, cosa rappresenta per te la speranza?
Sto cercando le mie ultime risorse e speranze. Non so se hai letto il libro “Il vecchio e il mare“, ma mi sento come Santiago alla fine della giornata, con l’ultima speranza di prendere un pesce, per salvare la vita di mio fratello. Anche se ho già fatto tutto il possibile, sto provando fino alla fine Lo sai anche tu: non c’è alcuna possibilità che Mehdi non venga preso e deportato, persino ora, mentre scrivo questa storia o mentre la stai leggendo.
-Cosa sogni per Mehdi?
Niente di particolare, solo che non finisca nelle mani dei Taliban. Che non debba vivere una vita di paura, di nascondersi, di stress continuo e incubi per il timore di essere catturato dai Taliban. Solo vivere una vita semplice.
