Speciale Corea del Sud

“Cleaners del Trauma” Il nuovo business della morte in Corea del sud e la risposta etica nel kdrama “Move to Heaven”

In un’epoca di iper-connessione digitale, la Corea del Sud sta affrontando un paradosso brutale: quello della solitudine assoluta, che viene definito con una sola parola : Godoksa.

Il termine Godoksa significa letteralmente “morte solitaria”. Si riferisce a persone che muoiono nelle proprie abitazioni e i cui corpi vengono ritrovati solo dopo giorni, settimane o addirittura mesi. Il fenomeno è in netta crescita.

Non riguarda solo gli anziani abbandonati. In una società competitiva e frenetica, il fenomeno sta colpendo duramente i single tra i 40 e i 60 anni e i giovani precari, isolati da una rete sociale che premia solo il successo. In Corea, dove l’onore e l’apparenza contano quanto il respiro, fallire significa spesso sparire volontariamente dai radar di amici e parenti, fino all’oblio finale.

Dove c’è una tragedia, spesso nasce un mercato. La morte solitaria lascia dietro di sé una scia difficile da gestire: odori persistenti, tracce biologiche e montagne di oggetti che nessuno vuole toccare. È qui che entrano in gioco i Trauma Cleaners ovvero i ripulitori di traumi.

Nati inizialmente come ditte di traslochi o pulizie speciali, questi professionisti si sono evoluti in un vero e proprio business strutturato.

Molte agenzie offrono pacchetti “chiavi in mano” per proprietari di immobili terrorizzati dalla svalutazione dei loro appartamenti dopo un decesso.

Mentre alcune ditte operano con estremo rispetto, altre hanno cavalcato l’onda gonfiando i prezzi per interventi che richiedono attrezzature chimiche specifiche per la sanificazione degli ambienti.

Il loro compito non è solo pulire, ma “smaltire la vita di qualcuno in pochi sacchi neri”, un servizio che lo Stato spesso delega a privati, rendendo la morte solitaria un costo fisso da gestire con freddezza aziendale.

A questo fenomeno agghiacciante e macabro in tutta risposta la filiera dell’intrattenimento sforna un kdrama che ribalta la visione cinica del fenomeno :“Move to Heaven”. Una delle serie più toccanti degli ultimi anni su Netflix.

La storia racconta di Han Geu-ru, un ragazzo con la sindrome di Asperger, e di suo zio Sang-gu, un ex detenuto rude e disilluso. Insieme gestiscono la Move to Heaven, una ditta di pulizie dei traumi. Il loro compito non è solo ripulire la stanza, ma raccogliere in una scatola gialla gli oggetti più significativi del defunto per consegnare il loro “ultimo messaggio” ai familiari che non c’erano.

La serie ribalta il concetto di “business della morte”. Non si focalizza sul macabro, ma sulla dignità. Geu-ru, con la sua logica pura e priva di pregiudizi, riesce a leggere negli oggetti (una ricevuta, una foto, un regalo mai scartato) la verità che la società aveva ignorato.

È un kdrama che ti spezza il cuore e lo ripara continuamente. Ti costringe a chiederti: “Cosa racconterebbero i miei oggetti di me se me ne andassi domani?”.