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Ahn Ha-young e la colpa ereditata dei collaborazionisti coreani

Ahn Ha-young, attrice di The Trauma Code è uscita dalla serie dopo la riapertura del caso sul bisnonno Ahn Sang-ho, medico formato in Giappone e legato a un’organizzazione dell’epoca coloniale. La sua storia racconta il ritorno di una domanda mai risolta in Corea del Sud: quanto può pesare il passato politico di una famiglia sulle generazioni che vengono dopo? 👇

Ahn Ha-young ha 33 anni e fino a poche settimane fa era pronta a tornare in The Trauma Code: Heroes on Call. Aveva costruito la propria immagine attorno a una storia familiare che in televisione sembrava quasi un piccolo monumento privato. Quattro generazioni di medici, un bisnonno considerato un pioniere della medicina moderna coreana, una genealogia professionale abbastanza rara da diventare racconto pubblico. Poi, però, quella stessa genealogia è diventata un’accusa.

La vicenda è nata da una trasmissione televisiva di agosto. L’attrice aveva parlato con orgoglio del bisnonno Ahn Sang-ho, medico formatosi in Giappone, rientrato in Corea e tra i primi a gestire una clinica secondo modelli occidentali. Ahn aveva studiato alla Jikei Medical School di Tokyo, aveva ottenuto una licenza medica giapponese ed era stato associato alla corte reale coreana. La biografia medica, però, non esauriva la sua storia. Documenti storici hanno riportato il suo nome tra i membri della Taisho Friendship Association, organizzazione legata agli ambienti coreani che sostenevano la politica coloniale giapponese di assimilazione e l’idea della fusione tra Corea e Giappone.

La reazione è stata immediata. L’agenzia di Ha-young ha prima respinto le accuse, poi ha corretto la propria posizione e presentato le scuse. L’attrice ha fatto lo stesso, riconoscendo di avere raccontato quella storia familiare senza averne verificato a fondo il contesto storico. Alcune campagne pubblicitarie sono state interrotte o ritirate. Netflix ha quindi comunicato che Ahn non avrebbe partecipato al seguito di The Trauma Code.

È qui che la storia individuale incontra una questione più grande. Il professor Oh In-gyu della Kansai Gaidai University legge il caso attraverso un doppio movimento dell’eredità familiare. In Corea, un’ascendenza prestigiosa può trasferire capitale morale da una generazione all’altra. La stessa logica può funzionare al contrario quando quel prestigio viene ricondotto a una collaborazione con il potere coloniale. Il passaggio storico è netto. Per decenni il bersaglio sono stati i collaborazionisti. Sempre più spesso il giudizio pubblico arriva anche ai loro discendenti.

Il ritorno di questa dinamica coincide con una scelta istituzionale precisa. Una nuova legge farà ripartire il 3 dicembre la commissione incaricata di individuare e recuperare i beni accumulati dai collaborazionisti dell’epoca coloniale, sedici anni dopo la fine della precedente commissione. Il governo stima che ci siano almeno 32,5 miliardi di won ancora recuperabili.

Un precedente risale ad aprile, quando un tribunale ha ordinato il recupero di circa 53 milioni di won ottenuti dalla vendita di otto particelle ereditate dal discendente di Lim Sun-jun. Sono cifre che rendono tangibile la differenza tra una memoria celebrativa e una questione patrimoniale. Nel caso di Ahn Ha-young, però, non esiste al momento alcun accertamento che colleghi lei o la sua famiglia a beni recuperabili. Ahn Sang-ho non risulta neppure tra i collaborazionisti ufficialmente riconosciuti nella lista statale di riferimento. La controversia sulla sua condotta storica e la procedura per confiscare beni sono dunque due piani distinti.

Il problema affonda nel 1948, quando il nuovo Stato sudcoreano provò a costruire un organismo per perseguire chi aveva collaborato con il dominio giapponese. Il comitato fu ostacolato dal presidente Syngman Rhee, per il quale la costruzione dello Stato e la lotta al comunismo venivano prima dell’epurazione del passato coloniale. La conseguenza, secondo una critica storiografica consolidata, fu che una parte delle élite che aveva accumulato ricchezza durante l’occupazione riuscì a conservarla anche nella Corea indipendente.

Il tentativo più sistematico arrivò durante la presidenza di Roh Moo-hyun. Tra il 2006 e il 2010 la commissione individuò 2.359 particelle di terreno riconducibili a 168 collaborazionisti e ne trasferì la proprietà allo Stato. Il valore complessivo era stimato in 237,3 miliardi di won dell’epoca. La nuova iniziativa di Lee Jae-myung riparte da quella esperienza e prova a estenderne la portata.

La scelta ha una dimensione politica che riguarda anche il Giappone contemporaneo. Lee sta cercando di consolidare la cooperazione con Tokyo sul piano della sicurezza e dell’economia mentre riporta al centro della politica interna la questione dei chinil, i coreani accusati di avere collaborato con il colonialismo giapponese. Nella lettura di Oh In-gyu, questa combinazione può avere una funzione politica precisa. Colpire il nemico storico interno consente a un presidente progressista di presentarsi come custode della memoria anticoloniale anche mentre costruisce rapporti operativi con il Giappone di oggi. La cooperazione con Tokyo viene così separata dalla continuità morale con il Giappone imperiale. È una distinzione che può ridurre il costo politico dell’apertura verso Tokyo presso una parte dell’elettorato progressista.

Il dato più recente descrive un presidente in una fase diversa rispetto all’inizio del mandato. Un sondaggio Gallup Korea condotto dal 15 al 17 settembre su 1.002 adulti ha registrato il 37 per cento di valutazioni positive per Lee, il livello più basso dall’insediamento. Le valutazioni negative erano al 56 per cento.

Joseph Yi, professore di scienze politiche alla Hanyang University, porta la discussione su un terreno ancora più concreto. Nel rapporto con Tokyo esiste una disparità di potere materiale. Un deterioramento delle relazioni può produrre costi economici e diplomatici per la Corea del Sud. I discendenti dei collaborazionisti non possiedono una leva comparabile. Non possono imporre dazi, sospendere cooperazioni militari o modificare una catena di approvvigionamento. Possono soltanto essere colpiti dalla macchina politica e giudiziaria del proprio Paese.

È la sproporzione che resta quando la polemica televisiva finisce. Da una parte Tokyo, con ministeri, imprese, accordi e interessi economici che continuano a funzionare anche quando la memoria si riaccende. Dall’altra una trentatreenne che aveva raccontato in tv quattro generazioni di medici e che, poche settimane dopo, vede il proprio nome scomparire dai titoli di una serie Netflix. Sul set di The Trauma Code, una targhetta con il nome di Ahn Ha-young resta appesa a una porta che non si aprirà più per lei.